domenica 26 aprile 2026

Campomarino (CB) 1943: aveva solo 9 anni

 


Ci sono date che la Storia ufficiale scrive in grassetto nei libri di scuola, fatte di grandi manovre e liberazioni. E poi ci sono date che restano incise, come una cicatrice profonda, nella carne di chi le ha subite. Il 10 dicembre 1943, a Campomarino, la Storia ha smesso di essere un racconto di soldati e mappe per diventare un incubo.

L’inverno dell’innocenza

Quell'inverno era fatto di fango e incertezza. Il Molise era terra di passaggio per le truppe alleate, un viavai di divise color kaki che parlavano inglese e promettevano un domani diverso. Ma per Anna, una bambina di appena 9 anni, quel domani si è spento in un istante di brutale oscurità.

Mentre il mondo guardava ai fronti di battaglia, un militare inglese — uno di quegli uomini arrivati con la promessa della libertà — si trasformava nell'artefice di un crimine indicibile. Lo stupro di una bambina non è mai un incidente di percorso, né un danno collaterale: è lo squarcio definitivo sull'illusione che la guerra possa avere un volto umano.

Un ricordo necessario

A nove anni si dovrebbe correre liberi, con gli occhi pieni di sogni e le mani sporche solo di terra. Anna invece, si è ritrovata a fare i conti con la parte più feroce dell'umanità.

Oggi, a distanza di decenni, scrivere di lei non serve a alimentare l’odio, ma a colmare un silenzio durato troppo a lungo. È un atto di giustizia poetica e storica:

  • Per non dimenticare che dietro ogni occupazione ci sono vite spezzate.

  • Per onorare la memoria di una piccola concittadina che ha portato il peso di una violenza più grande di lei.

  • Per ricordare che la dignità umana non ha divisa né bandiera.

Il tempo passa, le macerie vengono rimosse e le case ricostruite. Ma il dolore di quella bambina del '43 resta lì, sospeso nel vento di Campomarino, a chiederci di restare umani, sempre.

 

 L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


   👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈

 

sabato 25 aprile 2026

Il 25 Aprile non c'è nulla da festeggiare


Oggi, 25 aprile, l’Italia celebra la Liberazione

NOI NO.



Noi ricordiamo anche ciò che molti preferiscono ignorare:

Quando le truppe franco-coloniali risalirono la penisola e occuparono il confine occidentale nel 1945 a partire da Ventimiglia proprio il 25 APRILE, poi estesa verso Piemonte e Valle d'Aosta, il modus operandi di sottomissione si ripresentò in forme diverse ma altrettanto brutali.
Dopo la ritirata tedesca, non arrivò solo la “libertà”: arrivò un’occupazione militare, accompagnata da violenze, soprusi e maltrattamenti sulla popolazione civile.
Abusi e repressioni che colpirono italiani che si opposero o rifiutarono quella presenza e i progetti di annessione.
Una pagina fatta di paura, imposizione e diritti calpestati.
Una verità scomoda, troppo spesso ignorata.
Chi oggi nega tutto questo, semplicemente non ha letto o sceglie di non vedere.
In questo 25 Aprile, scegliamo di non dimenticare. Mentre l'Italia celebra la sua liberazione, il nostro pensiero va a tutte le vittime innocenti che pagarono il prezzo più alto, anche sotto il fuoco di chi veniva a liberarci. La vera memoria è intera e non dimentica nessuno.
Ricordare tutto non è revisionismo.
È onestà storica.



venerdì 24 aprile 2026

I Vigili del Fuoco nel tragico recupero di Norma Cossetto nella foiba di Surani

 


Attenzione: immagini forti. Il contenuto è reale; si prega chi è sensibile di non visionarle



"Foiba" di SURANI (65A-H867275)

(profondità metri 135).-

a)- Estrazione delle salme e identificazione


dic.43

B) Maresc. HARZARICH

Vigile GIACOMINI

Vigile BUSSANI

Vigile  SABATINI Giulio del distaccamento di Parenzo

Vigile TAMBURINI Giuseppe


Autorità presenti:

Dr. D'ALESSANDRO, Pretore di PARENZO

Podestà di PARENZO

Podestà di ANTIGNANA

- Un giudice del Tribunale di POLA

Parroco di PARENZO

Parroco di ANTIGNANA

Un medico.

 

Scorta:

40 militi del Presidio di ANTIGNANA comandati dal Ten.te GIANNOTTI Gino di TRIESTE.

Solita attrezzatura

Le salme che si recuperano, dopo due giorni di duro lavoro, sono 26.- Ecco il nome dei rappresentanti:

 

1- DE CANEVA Giovan-Battista, di anni 37, padre di due figli. Milite forestale di PARENZO. L'interrogato non è a conoscenza dei suoi spiccati sentimenti fascisti o di altri speciali motivi che potrebbero aver influito sulla tragica sorte. (Vedi foto n. 42).-

2- VALENTI Maria, di VILLANOVA di PARENZO. (sconosciuto ogni altro particolare). Il medico presente all'estrazione assicurava che la donna, prima dell'uccisione, é stata posseduta con la forza.-

3- SCIORTINO Ada, vedova MECHIS, di anni 40, insegnante, da CASTELLIER (S. Domenica di Visinada). Anch'essa presenta sogni di violenza. Non è difficile notare ciò anche dallo stato dei suoi abiti, lacerati soltanto in determinate parti (foto n.43).-

 

foto n. 42


foto n. 43

 

4-Dott. CALLEGARI Virginio da PARENZO, di anni 62, possidente, padre di 4 figli..

5-DAPRETTO Giorgio, di anni 51, commerciante, da PARENZO, padre di due figli.-

6-VINCENZO Domenico, di anni 51, da PARENZO, bidello, padre di 4 figli.-

7- GUELI Giovanni, di anni 53, insegnante, padre di 4 figli, da PARENZO..

8-PETRACCHI Torquato, di anni 49, maresciallo comandante CC.RR. di PARENZO, padre di un figlio.-

9 BARBO Antonio, fu Candido, di anni 60, agricoltore, padre di 3 figli - da VILLANOVA di PARENZO.-

10-BARBO Candido, fu Pietro, di anni 41, cantoniere, padre di 1 figlio da VILLANOVA di PARENZO.-

11-PAOLI Giacomo, fu Carlo, di anni 39, fabbro. Da VILLANOVA di PARENZO.-

12-PAOLI Giuseppe, fu Carlo, di anni 44, fabbro, padre di tre figli, fratello del procedente da VILLANOVA di PARENZO...

13-DE STALLIS Vittorio, di anni 64, agricoltore, padre di 5 figli, da VILLANOVA di PARENZO.-

14-BRAICO Mario - da VILLANOVA di PARENZO..

15-APOLLONIO Giorgio, di anni 63, da ORSERA.-

16-POLI Luigi, di anni 28, impiegato, padre di 1 figlio da CAPO-DISTRIA.-

17-COSSETTO Norma, di anni 24, professoressa. Da S. DOMENICA DI VISINADA. Detenuta dai partigiani di TITO nell'ex caserma dei CC.RR. di ANTIGNANA, viene fissata a un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da 17 aguzzini. Viene poi gettata in foiba (notte dal 4 al 5 ottobre '43) con un pezzo di legno confuso nei genitali. L'esecuzione della COSSETTO è motivata dal fatto che, ricercato il padre, fascista, e non trovato, le venne arrestata al suo posto. Più tardi anche il padre viene arrestato e ucciso. (vedi foiba di TREGHELIZZA).-

18-POSAR Antonio, di anni 71, capo operaio in pensione. Da S. DOIMENICA DI VISINADA.-

19-COSSETTO Eugenio, di anni 54, possidente. Fratello del padre di Norma COSSETTO.

20-FERRARIN Antonio, di anni 51, possidente. Da S. DOMENICA DI VISINADA.-












L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio dell'Esercito italiano, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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giovedì 23 aprile 2026

"Radovce (Jugoslavia) 1941: la foiba dei 136 soldati italiani catturati e trucidati dai partigiani"





Il sole del luglio 1941 picchiava implacabile sulle rocce calcaree del Montenegro, ma tra le pieghe dei monti Piperi l’aria si era fatta improvvisamente gelida. Per i 136 militari italiani, il confine tra la guerra e l’abisso si era materializzato in un sentiero stretto, battuto dai passi pesanti dei partigiani che li scortavano.

Tra loro c’erano dieci ufficiali. Camminavano a testa alta, nonostante le divise fossero ormai lacerate e la polvere della Jugoslavia avesse coperto i gradi e l'orgoglio. Non erano più combattenti, ma prigionieri in una terra che li guardava con odio antico.


Il Sentiero del Silenzio

Mentre la colonna risaliva verso l’altopiano di Radovce, le speranze di uno scambio di prigionieri o di un trattamento umano svanivano a ogni colpo ricevuto. Le testimonianze, rimaste per decenni sepolte come i loro corpi, parlano di maltrattamenti che andavano oltre la logica del conflitto: un accanimento feroce, figlio di una rabbia che non faceva distinzioni tra soldati di leva e ufficiali di carriera.


L'Orlo dell'Abisso

Arrivati nei pressi della foiba di Radovce, il mondo si restrinse a un buco nero nel terreno. Lì, in quella spaccatura naturale della terra, si consumò l'ultimo atto:

L'esecuzione: Non ci fu onore, né pietà. I prigionieri vennero barbaramente uccisi, molti ancora in vita mentre venivano spinti nel vuoto.

Il buio: I corpi caddero l’uno sull’altro, scomparendo nel ventre della montagna.

L'oblio: Per lunghi anni, il silenzio dei monti Piperi avrebbe coperto le grida di quegli uomini.

"Il vento tra le rocce di Radovce sembra ancora portare l'eco di quei nomi, 136 storie spezzate che la storia ufficiale, per troppo tempo, ha preferito non ascoltare."


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio dell'Esercito italiano, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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martedì 21 aprile 2026

Quando gli Ausoni e i Lepini si tinsero di rosso. I numeri di un massacro franco-coloniale

 

L’Ombra sui Monti: i 30 giorni di terrore tra Lepini e Ausoni 

Esistono pagine di storia che non si leggono nei libri scolastici, ma che sono incise nelle pietre dei nostri borghi e nel silenzio dei nostri anziani. Tra il 15 maggio e il 15 giugno 1944, mentre l'Italia attendeva il sole della Liberazione, un’oscurità improvvisa avvolse le catene dei Monti Ausoni e dei Monti Lepini.



Quello che accadde in quel mese è passato alla storia con il termine brutale di "Marocchinate": una scia di violenze perpetrate dalle truppe coloniali francesi (compresi i Goumier) ai danni della popolazione civile.

I numeri dell'orrore: una ferita profonda

I dati emersi dalle analisi storiche (A.N.V.M.) e dai conteggi filtrati per l'area Aurunci-Ausoni restituiscono l'immagine di una vera e propria catastrofe umanitaria. Ad oggi, gli eventi ufficialmente classificati sono 16.266, così suddivisi:
  • 🔴 Violenze e stupri: 15.573
  • Omicidi: 59
  • 🟡 Furti e saccheggi: 634
Tuttavia, questi numeri rappresentano solo la punta dell'iceberg. Si tratta esclusivamente delle denunce presentate alle autorità dell'epoca. Gli storici stimano che almeno un terzo delle violenze non sia mai stato denunciato: migliaia di donne e uomini scelsero il silenzio per paura, per lo stigma sociale o per il trauma insormontabile.

Un orrore senza età: il caso di Prossedi

La ferocia delle truppe coloniali non si fermò davanti a nulla, ignorando ogni senso di umanità e colpendo i più vulnerabili. Tra le testimonianze più atroci che emergono dai registri di quei giorni, spicca il dramma avvenuto nel comune di Prossedi, dove la vittima più giovane di violenza aveva solo 3 anni. Un dato che da solo descrive la totale assenza di freni morali di quei reparti e l'inferno vissuto dalle famiglie rifugiate sui monti.

La cronologia del terrore

L'inizio dell'incubo ha una data certa: il 15 maggio 1944. Mentre i soldati tedeschi ripiegavano, i reparti del Corpo di Spedizione Francese (CEF) sfondavano ad Ausonia (FR). Qui si registrano i primi stupri documentati (casi di Luigina e Maria Vittoria) e i primi omicidi, tra cui quelli di Mario Cardillo e Nunzio Cupo.
Dagli Ausoni, la violenza risalì come un incendio verso i Monti Lepini:
  • Il settore degli Ausoni: Comuni come Amaseno, Castro dei Volsci, Vallecorsa, Falvaterra, Pico Pastena, Ceprano, Esperia, Pontecorvo, Giuliano Di Roma, Ceccano, Terracina, Fondi, Lenola, Formia, Minturno, Itri, Campo di Mele  subirono una pressione devastante.
  • Il cuore dei Lepini: L'ondata travolse la provincia di Latina toccando Priverno, Sezze, Roccagorga, Villa Santo Stefano, Sermoneta, Sonnino, Prossedi, Cori, Norma, Roccasecca dei Volsci,  Roccamassima, Bassiano, Maenza, Artena, Segni, Colleferro, Gavignano, Gorga, Montellanico, Supino, Patrica, Morolo                                                      
  • Ma anche i comuni Latina, Cisterna di Latina, Sabaudia, Sperlonga e San Felice Circeo

L’ultimo atto a Sezze

La scia di sangue documentata si chiude idealmente il 15 giugno 1944 a Sezze, con l'omicidio di Eugenio Cerroni. In soli trenta giorni, la fisionomia umana di questo territorio era stata stravolta.

Perché rompere il silenzio?

Scrivere oggi di questi eventi non significa solo fare cronaca, ma restituire dignità alle migliaia di vittime "invisibili". Ricordare le 60.000 vittime — e le migliaia rimasti nell'ombra, inclusi gli abusi sui bambini — è un dovere morale per onorare un popolo che, nonostante l'orrore subìto dai suoi "liberatori", ha trovato la forza di ricostruire il proprio futuro.


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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venerdì 17 aprile 2026

Da Priverno a Levice: la storia di Giovanni Gatti, giustiziato dai patrioti a causa del suo lavoro all'Istituto Luce

Ci sono storie che rimangono incastrate tra le pieghe del tempo, piccole luci che si spengono nel fragore di una guerra che non guardava in faccia a nessuno. Questa è la storia di Giovanni Gatti, un ragazzo di Priverno che aveva un sogno troppo grande per i confini della provincia di Littoria oggi Latina, e di un padre che non si arrese mai all'oblio.




Nel 1944, l’Italia è un corpo ferito, diviso e sanguinante. Giovanni, giovane e pieno di speranze, riesce a trovare un impiego presso l’Istituto Luce. Per un ragazzo di allora, lavorare con le immagini e con la documentazione rappresentava una promessa di futuro, un modo per guardare il mondo attraverso un obiettivo mentre tutto intorno crollava. Ma in quegli anni, anche un impiego civile poteva trasformarsi in una condanna.

Il destino di Giovanni si compie lontano da casa, a centinaia di chilometri dalle sue radici. Viene catturato a Savona con l'accusa di collaborazione, per il solo fatto di prestare servizio in quell'istituto. Il 6 dicembre 1944, a Levice, la sua vita viene spezzata: Giovanni viene fucilato dai patrioti. Aveva solo i suoi sogni e quella dignità che lo ha accompagnato fino all'ultimo istante.

Ma la tragedia non finisce con quel colpo di fucile. Inizia qui il lungo, straziante calvario di un padre. Immaginate la forza necessaria per attraversare un’Italia ancora in guerra, tra macerie e posti di blocco, con il solo obiettivo di riportare a casa quel figlio. Suo padre mosse mari e monti, lottò contro la burocrazia e il dolore, pur di non lasciare le spoglie di Giovanni in terra straniera, tra le colline delle Langhe.

Voleva che Giovanni tornasse a riposare dove aveva mosso i primi passi, nel cuore della sua Priverno. E ci riuscì.

Oggi, chi si ferma davanti alla sua tomba nel cimitero di Priverno può leggere un'iscrizione che racchiude tutto il senso della sua breve ma intensa esistenza: "La fede fu per lui più forte della vita e della morte".



Queste parole non sono solo un omaggio alla sua memoria, ma la testimonianza di una forza interiore che né la violenza della guerra né il passare dei decenni sono riusciti a scalfire. Raccontiamo la storia di Giovanni per ricordare che, dietro i grandi avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, ci sono stati giovani che hanno pagato il prezzo più alto, restando però fedeli a se stessi fino alla fine.


In memoria di Giovanni Gatti (Priverno - Levice, 6 dicembre 1944)


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈




giovedì 16 aprile 2026

Algeria. Prigionieri italiani violenza e sofferenza a Cheregas

 

Il trattamento riservato loro è disumano: nessuna igiene, nessuna assistenza sanitaria, ogni minima mancanza diventa motivo di maltrattamento.


Il 17 marzo 1944, il caporale PERRIGONE protesta per l’insufficienza del cibo. È insultato e minacciato; lui e i compagni si ritirano nell’alloggio, astenendosi dal lavoro.

Alle 14:30 arriva il proprietario, accompagnato da un maresciallo e sei militari francesi armati. Per intimidire i prigionieri, il maresciallo simula una fucilazione e li costringe a preparare gli zaini e scendere nel cortile. Durante l’operazione, i soldati rubano tutti i generi di conforto: sigarette, sapone e altri beni.

Nel cortile i prigionieri subiscono sevizie: insulti, bastonate, sputi e marcia in ginocchio con lo zaino sulle spalle.

Il più colpito è PERRIGONE, ancora impossibilitato a lavorare dopo quattro giorni. I soldati CAFISO e BUFFA riportano ferite da baionetta.

⚠️ Una testimonianza terribile della crudeltà subita dai prigionieri italiani.



                 La documentazione è stata raccolta, analizzata e descritta nel presente volume.



mercoledì 15 aprile 2026

Magneti Marelli 1945: Sangue in fabbrica. Il dossier americano sulle esecuzioni dei fascisti.



"Le carte declassificate rintracciate da Emiliano Ciotti documentano il violento 1945 della Magneti Marelli: un dossier che rivela la portata delle esecuzioni politiche compiute dagli antifascisti nei reparti della fabbrica."

SESTO SAN GIOVANNI – Per decenni è rimasta sepolta negli archivi americani, ma ora la verità emerge nitida dalle carte dell'intelligence. Il dossier sulla Fabbrica Italiana Magneti Marelli ricostruisce gli anni più bui dello stabilimento (1943-1947), dipingendo un quadro di feroci contrasti politici, intimidazioni e sangue.



L'Assedio Interno: L'Istigazione al Linciaggio

La strategia di ostruzionismo adottata dalla dirigenza per rallentare la produzione bellica destinata all'occupante accentuò il contrasto ideologico con la componente collaborazionista. Secondo i rapporti americani, alcuni gruppi di operai fascisti all'interno della fabbrica favorirono l'ingresso di milizie esterne del regime. Queste formazioni, una volta infiltrate tra le linee di montaggio, avviarono un'opera di istigazione costante volta a destabilizzare l'assetto aziendale.

L'intento di questi gruppi era sollecitare le maestranze alla mobilitazione contro la proprietà, indicando nei fratelli Quintavalle i principali bersagli della contestazione. Le riserve mosse alla dirigenza avevano una matrice politica: riguardavano il rifiuto della "socializzazione" proposta dal regime e il mantenimento di orientamenti filo-alleati. È tuttavia fondamentale sottolineare che, nonostante la forte contrapposizione e l'asprezza dei toni, in questa fase non fu arrecato alcun danno fisico agli operai dello stabilimento. Ciononostante, la crescente situazione di insicurezza indusse i vertici aziendali ad allontanarsi dalla fabbrica nell'imminenza della Liberazione, dato il rischio concreto di essere inclusi tra i soggetti da sottoporre a fermo o ritorsione.




La Deriva del 1945: Esecuzioni e "Giovani Armati"

Il dossier americano descrive un drastico cambiamento di scenario dopo il 25 aprile 1945. Nonostante la caduta del regime, la violenza cambiò segno: una "minoranza turbolenta", descritta come un manipolo di "giovani armati", prese il controllo dello stabilimento. In questo clima di anarchia si consumarono le azioni più gravi, con l'eliminazione sistematica di figure chiave dell'azienda e del sindacato fascista.

La "Resa dei Conti": L'elenco delle ritorsioni

I documenti americani declassificati forniscono un quadro dettagliato della violenta epurazione consumatasi all'interno o nei pressi della fabbrica. Tra le vittime delle esecuzioni sommarie figurano dirigenti e operai:

  • Ing. Molinari: Direttore dei lavori e fedele collaboratore della proprietà fin dalle origini. Il dossier riporta che "giovani armati" gli hanno sparato, eliminando un tecnico di immenso valore per l'azienda.

  • Mario Goggi (52 anni);

  • Eligio Noro (29 anni);

  • Stefano Sciaccaluga (50 anni), aviatore, medaglia d'argento al valor militare e attore;

  • Furio Grifoni (31 anni), sindacalista;

  • Anita Oprandi (33 anni);

  • Adolfo Casadei (47 anni).

Il rapporto menziona inoltre il ritrovamento di altri cinque corpi non identificati, a testimonianza di una epurazione cruenta avvenuta principalmente intorno alla data del 29 aprile 1945.



Un’Industria in Ginocchio

Mentre il sangue scorreva tra i reparti, la produzione era paralizzata dalla mancanza di materie prime. Il dossier elenca una carenza disperata di materiali critici per il 1945: mancavano 50.000 kg di antimonio, 40.000 kg di lamiera al silicio e la polvere di ferro per i nuclei delle radio.

Questi omicidi politici e le ritorsioni interne rischiarono di distruggere definitivamente il futuro della Marelli. Il rapporto conclude che solo il ritorno all'ordine e la ripresa dei contatti con i partner americani (come RCA e American Bosch) avrebbero potuto salvare l'azienda dalla dissoluzione totale.

martedì 14 aprile 2026

IL GRANDE INGANNO DI ROCCAGORGA (LT). NON FURONO I TEDESCHI A UCCIDERE I FRATELLI ROSSI

 

📜 IL GRANDE INGANNO: 

Quando la Memoria cancella la Storia

Ecco il documento che smentisce la versione ufficiale

Esiste una narrazione che per anni ha dipinto i fatti di Sant’Angelo (16 aprile 1944) come un eccidio di bambini inermi bruciati vivi dai tedeschi. Ma quando si aprono gli archivi e si leggono i verbali originali dell'epoca, emerge un grande inganno storico: la realtà dei fatti è stata manipolata per scopi celebrativi.


documento ritrascritto

Il 16/4/44 due soldati tedeschi della M. S. Angelo (circa 2,5 km. nordovest di Priverno) nel loro viaggio di ritorno al loro accampamento, passarono vicino ad una capanna ed uno di essi si fermò per breve tempo e l’altro lo aspettò camminando più lentamente. Qui venne attaccato da un civile, probabilmente dall’italiano Rossi Alfiero, che senza alcuna ragione colpì il soldato alla testa ferendolo gravemente, tanto che il militare cadde a terra privo di sensi. La sua pistola gli venne rubata.


Un intelligente Comando perquisì tutte le capanne e fienili che sono nella zona, e prese la madre dell’italiano. Uomini non ne vennero trovati.

Alla sera un comando germanico di cacciatori, predispose un nuovo controllo e mentre si avvicinava una pattuglia al posto dove avvenne l’inconsulto atto, un civile saltò nella capanna. Pur essendo stato intimato il fermo, il civile non si diede per vinto e così fu messa a fuoco la capanna, ma anche in tale forma non fu possibile far uscire questo civile. Poco dopo si udì un grido e varie detonazioni.



Alla mattina del 17/4 si cercò nella cenere e vennero trovati i resti dell’uomo bruciato con due colpi esplosi di pallottola di pistola tedesca.

Si suppone che il civile bruciato sia il colpevole, la madre è stata arrestata e consegnata alla polizia da campo.

L’unità chiede che venga portato a conoscenza della popolazione quanto è accaduto, facendo presente che anche per l’avvenire saranno adottate misure sempre più severe per atti di sabotaggio e per violenze contro i soldati tedeschi. "


🔍 Le Incongruenze che smontano il "Martirio"



1. Il giallo dei due corpi al cimitero La lapide celebra "due ragazzi" morti nel rogo della capanna il 16 aprile. Tuttavia, i registri indicano che i corpi di due giovani furono trasportati al cimitero solo a fine maggio 1944. Se fossero morti nel rogo causato dai tedeschi un mese e mezzo prima, perché i corpi sono apparsi solo allora? Questo scarto temporale suggerisce che la loro morte sia avvenuta molto dopo l'episodio della capanna.

2. L'ombra delle truppe marocchine (le "Marocchinate"). A fine maggio 1944, l'area tra Roccagorga, Maenza, Sezze e Priverno non era più sotto il controllo esclusivo tedesco, ma era teatro dell'avanzata degli Alleati. In particolare, in questi comuni si registrarono decine di vittime civili a causa delle violenze sistematiche commesse dai soldati marocchini. È estremamente probabile che almeno uno dei due ragazzi sia stato vittima di queste truppe coloniali, e non dei tedeschi.

3. La vittima della capanna: un'identità diversa? Il documento del 16 aprile 1944 è categorico: dopo il rogo fu trovato UN SOLO corpo, identificato come l'aggressore di un soldato tedesco. Se nella capanna ci fosse stato il fratello o un altro giovane, i tedeschi — che avevano tutto l'interesse a contare i morti per scopi di rappresaglia — lo avrebbero annotato. La "sovrapposizione" dei due fratelli come vittime del rogo sembra un'invenzione successiva per coprire una verità più scomoda: una morte avvenuta per mano degli "alleati" liberatori.

🚫 L'INATTENDIBILITÀ DI RACCONTI  TRAMANDATI   DOPO 70 ANNI

La versione dei "bambini bruciati" si basa esclusivamente su racconti tramandati e raccolti dopo 70 anni, che la logica smentisce categoricamente:

  • NESSUN TESTIMONE PRESENTE: I fatti avvennero di notte, in una zona di campagna isolata. È assurdo pensare che ci fossero testimoni oculari pronti a osservare la scena mentre i "cacciatori" tedeschi setacciavano l'area in cerca di un uomo armato.

  • MEMORIA DISTORTA: Chi riporta oggi quei fatti non era presente. Si tratta di storie deformate dal tempo e dai passaggi di bocca in bocca, prive di valore di fronte a un verbale ufficiale scritto 48 ore dopo i fatti.

                            

LA VERITÀ SULLE "MAROCCHINATE": 

                         

LE RICERCHE DI EMILIANO CIOTTI

L'incongruenza definitiva emerge dai registri cimiteriali, dove i corpi dei due fratelli Russi compaiono solo a FINE MAGGIO 1944, ben 40 giorni dopo l’episodio della capanna.

Il motivo di questo ritardo è emerso grazie alle ricerche condotte nel 2018 dal presidente dell'Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, Emiliano Ciotti. Le testimonianze raccolte a Roccagorga indicano una realtà ben più cruda:

  • Almeno uno dei fratelli sarebbe stato ucciso dai soldati marocchini (goumier) per ritorsione.

  • Pare che i civili avessero ucciso un soldato marocchino mentre questi tentava di violentare una donna del posto. La vendetta dei commilitoni coloniali si abbatté sui ragazzi.

                                                 CONCLUSIONE

La morte dei fratelli Rossi è stata successivamente "spostata" ad aprile e attribuita ai tedeschi per un duplice, cinico scopo: coprire i crimini atroci commessi dai "liberatori" marocchini e costruire un martirio politico che non trova alcun riscontro nelle carte.

La storia si fa con i verbali e le indagini serie, non con i "sentito dire" tramandati per settant'anni per coprire verità scomode.

#Roccagorga #VeritàStorica #FratelliRussi #GrandeInganno #Marocchinate #EmilianoCiotti #NoFakeHistory

lunedì 13 aprile 2026

L’orrore di Gornje Polje: il massacro dei soldati italiani per mano dei partigiani jugoslavi


«Data l'inaudita crudeltà delle testimonianze qui riportate, si è scelto di trascrivere il documento parola per parola, affinché il racconto dei testimoni oculari dell'epoca non subisca alcuna alterazione.

Quella che segue non è una narrazione romanzata né un racconto dell'orrore, ma la cronaca di fatti realmente accaduti. È la testimonianza di una ferocia che sembra trascendere le consuete dinamiche belliche per sfociare in un odio radicale e profondo verso un'intera nazione; un sentimento così radicato da risultare, altrimenti, inspiegabile.

Presentiamo dunque, nella sua forma originale e cruda, il documento reperito presso l'Archivio Militare di Roma, affinché la storia parli con la propria voce.» ecco il documento :

         

Data: Settembre 1942

Località: Zona di Gornje Polje (12 km a nord di Nikšić)


«In una caverna situata nella zona di Gornje Polje, sono stati rinvenuti i resti di numerosi militari italiani appartenenti alle divisioni "Taro", "Ferrara" e "Alpi Graie", barbaramente seviziati e uccisi da formazioni partigiane. La cavità appariva ricolma di cadaveri per circa due terzi della sua capacità.

I rilievi medici e sanitari hanno confermato che la causa della morte per molti di essi è riconducibile a violenti colpi di mazza inferti alla scatola cranica. Testimoni oculari raccontano che alcuni vennero legati agli alberi mentre donne partigiane molto giovani passavano dinanzi a loro in atteggiamento indecenti per eccitarli; dopo l'eccitazione sodati partigiani evirarono i poveri soldati;


Il documento riporta atti di estrema ferocia, tra cui evirazioni, enucleazioni e il taglio di orecchie e lingue. Coloro che sopravvissero a tali supplizi vennero infine giustiziati con armi da fuoco o finiti brutalmente con i calci dei fucili battuti sulla testa.»


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Militare di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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domenica 12 aprile 2026

Pompei 1944, il tragico destino di Giuseppina e del piccolo Aldo

 

Era il 29 novembre del 1944. Fuori, l'Italia viveva le giornate più lunghe e tese di un inverno di guerra che sembrava non voler finire mai. Dentro le mura di una casa privata, però, si consumava un dramma che la storia ufficiale spesso dimentica tra le pieghe di un verbale di poche righe: il destino tragico di Giuseppina Caruso, 35 anni, e del suo piccolo Aldo, di appena 4. Madre e figlio, trovati senza vita nel loro letto, legati e imbavagliati, come se il mondo intero avesse voluto spegnere il loro respiro in quello che doveva essere il rifugio più sicuro del mondo: la loro casa.




Pensare a Giuseppina che cerca di proteggere il suo bambino, che stringe a sé il piccolo Aldo mentre il terrore irrompe improvvisamente in camera da letto, stringe il cuore. Non c’è solo la crudeltà di un furto finito nel sangue, con il saccheggio di averi per un valore di 20.000 lire; c’è soprattutto l’orrore di una vita spezzata proprio lì, dove un figlio dovrebbe sentirsi protetto dall’abbraccio di sua madre. I cassetti spalancati, le carte sparse e il silenzio irreale di quella stanza raccontano di una violenza che non ha guardato in faccia l’innocenza.

Ciò che rende questa ferita ancora più profonda sono le tracce lasciate dagli assassini: una pistola inglese abbandonata sul posto e un camion militare rinvenuto nei pressi. Indizi che puntano verso due soldati, i cui nomi probabilmente non sapremo mai, ma la cui ombra si allunga su una pagina di storia in cui la linea tra chi doveva portare la libertà e chi portava distruzione divenne tragicamente sottile. Raccontare oggi di Giuseppina e Aldo significa restituire dignità a due vite dimenticate, ricordando che, nel buio di ogni conflitto, le vittime più vere sono spesso quelle che la Storia ha lasciato nel silenzio più profondo, prigioniere di una violenza che ancora oggi fatica a trovare un senso.

 

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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giovedì 9 aprile 2026

Milano, 7 maggio 1945. L’ultima giornata di un’ausiliaria SAF e di sua figlia

7 maggio 1945. La guerra era finita, le strade di Milano erano piene di silenzio e polvere, eppure in una piccola casa del quartiere, il terrore non aveva mai smesso di bussare. Tiberio Pasquina, diciassettenne dagli occhi grandi e già stanchi, stava pulendo il pavimento accanto alla madre, Giuseppina Recalcati.


Giuseppina era un’ausiliaria SAF, un corpo di donne che prestava servizio civile e logistico durante il conflitto: aiutavano gli ospedali, portavano rifornimenti, compilavano documenti, assistevano chi aveva bisogno. Non combattevano, non sparavano, non avevano mai commesso crimini. La loro colpa era solo quella di esistere, di avere idee proprie e di non piegarsi all’odio dilagante

Le mani di Pasquina passavano stracci su macchie di cenere e sudore, ignare della tempesta che stava per abbattersi su di loro. Non c’era colpa nei loro gesti quotidiani: cucinare, spazzare, riordinare.

Eppure arrivarono, con passo deciso, senza bussare, con il sole che ancora filtrava dalle tende. L’odio politico, cieco e feroce, entrò in quella stanza come una lama invisibile. Non c’era guerra da combattere lì dentro, non c’erano soldati tedeschi da fermare. Eppure, proprio mentre la guerra finiva, la giustizia si piegava al peggio dell’umanità: le donne furono trascinate via, Giuseppina e Pasquina, madre e figlia, punite per qualcosa che non avevano mai fatto.

Pasquina non poteva capire. Perché giustiziare una ragazza di diciassette anni? Perché punire una madre che aveva solo cercato di aiutare gli altri e di proteggere la propria famiglia? Il mondo sembrava aver ribaltato ogni legge, ogni morale, e chi diceva di combattere il male assoluto, si comportava peggio dei nemici stessi.

Mentre venivano portate via, Pasquina pensava al futuro, a una vita che le era stata rubata troppo presto, a come l’odio possa crescere anche quando la guerra è finita. Nessun eroe in quella storia, nessuna gloria: solo dolore, ingiustizia, e la fredda consapevolezza che a volte il male non ha bisogno di eserciti per esistere.

E mentre le porte si chiudevano, silenziose, Giuseppina guardò la figlia e le sussurrò, con la voce rotta: “Non odiare, tesoro. Che loro abbiano vinto oggi non significa che vinceranno sempre.”

Ma per Pasquina, il mondo era diventato improvvisamente un posto più piccolo, più cattivo, e incredibilmente ingiusto. Anche la fine della guerra non poteva cancellare l’orrore di un destino segnato dal semplice fatto di essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.

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mercoledì 8 aprile 2026

7 aprile 1945. Sangue alla stazione di Minturno (LT)

La sera era fredda e silenziosa lungo i binari della piccola stazione. Il treno merci numero 9451 avanzava lentamente, carico di casse e di uomini stanchi di guerra. Tra loro c’era un militare della polizia alleata, incaricato di scortare il convoglio. Camminava accanto ai vagoni con il fucile a tracolla, lo sguardo attento nell’oscurità. La guerra non era ancora finita e la tensione riempiva ogni gesto. Ogni ombra sembrava un pericolo, ogni rumore faceva sobbalzare il cuore. Quando il treno si avvicinò alla stazione ferroviaria, nel silenzio della sera si udirono improvvisamente alcuni colpi di fucile. Gli spari risuonarono secchi tra i muri e le rotaie. La gente nei dintorni si disperse spaventata. Tra loro c’era anche una ragazza di sedici anni, Oriente.


Il destino fu crudele e improvviso. Uno dei colpi la raggiunse gravemente. Cadde a terra mentre il panico si diffondeva intorno a lei. Le persone accorsero cercando di aiutarla. Oriente fu trasportata in fretta all’ospedale civile. I medici tentarono tutto il possibile per salvarla. Ma la ferita era troppo grave. Le ore passarono tra speranza e silenzio. Il giorno 7 aprile 1945 la giovane si spense. Aveva soltanto sedici anni. 

La guerra sembrava ormai lontana e vicina alla sua conclusione. Eppure, anche negli ultimi giorni, continuava a lasciare dietro di sé dolore e vite spezzate. Quella di Oriente fu una morte assurda, uno degli ennesimi omicidi inutili che la guerra porta con sé. Quando si arriva a colpire i civili, quando una ragazza di sedici anni diventa vittima dei fucili, non c’è eroismo né gloria. C’è solo paura, violenza e ingiustizia.

Voler annientare un popolo e accanirsi contro chi non può difendersi non è il gesto di un eroe, ma di chi ha smarrito ogni senso di umanità. Davanti a tragedie come questa resta una domanda amara: è davvero questa la libertà che doveva arrivare? O è soltanto un’altra ferita lasciata dalla guerra, che nessuna vittoria potrà mai cancellare?


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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domenica 5 aprile 2026

Esanatoglia (MC). “Dopo la liberazione: l’ombra dei partigiani slavi”

Il 3 luglio 1944 Esanatoglia respirò, per la prima volta dopo mesi, un’aria di libertà. Le truppe alleate avevano liberato il paese e la gente, timorosa ma speranzosa, tornava lentamente nelle strade.



Ma quella stessa giornata portava con sé un’ombra.

Francesco Lacchè di anni 44, tecnico della conceria, Oscar Luciani di anni 50, segretario comunale, e Felice Pettirosso di anni 35, musicista romano sfollato, scomparvero senza lasciare traccia. Nessuno seppe dire con certezza quando furono fermati, né chi li prese.

Si sussurrava di uomini armati, stranieri, partigiani slavi.

Passarono giorni. Il silenzio si fece pesante, quasi colpevole.


Poi, in località Lavalle, tra l’erba alta e il caldo di luglio, furono trovati i corpi. Erano ormai irriconoscibili, abbandonati alla decomposizione e alla dimenticanza.

Si seppe allora che erano stati giustiziati da partigiani slavi, in un tempo imprecisato di quei giorni confusi, quando la guerra sembrava finita ma continuava a colpire.

I carabinieri li raccolsero in silenzio, chiudendoli in casse semplici, come se quel gesto potesse restituire loro un po’ di dignità.

Il paese, appena liberato, capì allora che la guerra non finisce davvero in un giorno.

E che anche la libertà, a volte, porta con sé ferite che non si rimarginano.

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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venerdì 3 aprile 2026

L’Associazione presenta il nuovo simbolo e rilancia la ricerca sui crimini di guerra

 L’Associazione è lieta di annunciare la presentazione ufficiale del proprio nuovo simbolo, espressione rinnovata dei valori di memoria, ricerca e impegno civile che da sempre ne guidano l’attività.

Il nuovo emblema rappresenta un passo importante nel percorso dell’Associazione, che intende mantenere alta l’attenzione non solo sulle vicende già note, ma anche su aspetti meno approfonditi della storia contemporanea, con particolare riguardo ai crimini commessi dagli Alleati durante il secondo conflitto mondiale.




In questa prospettiva, l’Associazione avvierà una nuova fase di studio e divulgazione, con un focus specifico su temi ancora poco esplorati, tra cui:

  • gli Internati Militari Italiani in Africa francese (IMIAF);
  • gli Internati Militari Italiani in Francia metropolitana (IMIFM);
  • i crimini degli eserciti alleati;
  • i crimini della guerra civile.

Attraverso ricerche documentarie, testimonianze 

e collaborazioni con studiosi ed enti culturali, l’Associazione si propone di contribuire a una ricostruzione storica più completa e consapevole, favorendo il dibattito e la diffusione di conoscenze fondate su fonti verificate.

Nei prossimi mesi saranno organizzati incontri pubblici, conferenze e pubblicazioni dedicate, con l’obiettivo di restituire dignità e voce a vicende spesso trascurate dalla storiografia dominante.

L’Associazione rinnova il proprio impegno a promuovere una memoria storica inclusiva, rigorosa e aperta al confronto.

Porto Sant'Elpidio (FM). Aereo in volo radente, decapitato giovane pescatore.


Il 4 maggio 1945, alle 9:30 del mattino, l’aria era calma lungo il fiume dove il quindicenne Papi Ezio era andato a pescare. La guerra stava finendo e, nonostante tutto, quella mattina sembrava quasi normale. Il ragazzo sedeva sulla riva con la canna da pesca, osservando l’acqua muoversi lentamente sotto il sole di primavera.


All’improvviso si udì il rombo di un aereo. Un apparecchio inglese comparve all’orizzonte e si abbassò rapidamente, volando incredibilmente vicino al terreno. Il rumore del motore ruppe il silenzio della campagna, spaventando gli uccelli e facendo tremare le foglie degli alberi.

Ezio alzò lo sguardo, sorpreso da quel passaggio così basso. L’aereo sfrecciò a una velocità impressionante, rasentando il terreno come se stesse sfidando i campi e il vento. Fu un attimo, un istante brevissimo.

                                  

Quando il rombo del motore si allontanò, la quiete tornò improvvisamente sulla riva del fiume. Ma quella mattina di primavera, che sembrava così tranquilla, si trasformò in una tragedia improvvisa e assurda. Il giovane Ezio, appena quindicenne, perse la vita (decapitato) in quell’evento drammatico, lasciando sgomento e dolore tra chi avrebbe poi raccontato quella terribile mattina del 4 maggio 1945.    

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.

Resta, inevitabile, una domanda che attraversa il tempo e la coscienza: era davvero necessario un volo così pericoloso? Esporre civili innocenti a un rischio tanto elevato, fino a provocare la morte di un ragazzo, appare oggi difficile da comprendere. Proprio in quei giorni, molti italiani guardavano agli Alleati come al simbolo della fine della guerra, della liberazione e della speranza. E invece, per qualcuno, quell’attesa si trasformò tragicamente nell’inizio di un dolore irreparabile.


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L’unica mappatura al mondo dei crimini dell'esercito francese contro civili e militari italiani torna consultabile. English/French/German/Spanish language

Dopo il grave attacco hacker subito nel luglio 2025, che aveva tentato di oscurare anni di impegno civile e ricerca, l’ Associazione Naziona...