giovedì 16 aprile 2026

Algeria. Prigionieri italiani violenza e sofferenza a Cheregas

 

Il trattamento riservato loro è disumano: nessuna igiene, nessuna assistenza sanitaria, ogni minima mancanza diventa motivo di maltrattamento.


Il 17 marzo 1944, il caporale PERRIGONE protesta per l’insufficienza del cibo. È insultato e minacciato; lui e i compagni si ritirano nell’alloggio, astenendosi dal lavoro.

Alle 14:30 arriva il proprietario, accompagnato da un maresciallo e sei militari francesi armati. Per intimidire i prigionieri, il maresciallo simula una fucilazione e li costringe a preparare gli zaini e scendere nel cortile. Durante l’operazione, i soldati rubano tutti i generi di conforto: sigarette, sapone e altri beni.

Nel cortile i prigionieri subiscono sevizie: insulti, bastonate, sputi e marcia in ginocchio con lo zaino sulle spalle.

Il più colpito è PERRIGONE, ancora impossibilitato a lavorare dopo quattro giorni. I soldati CAFISO e BUFFA riportano ferite da baionetta.

⚠️ Una testimonianza terribile della crudeltà subita dai prigionieri italiani.



                 La documentazione è stata raccolta, analizzata e descritta nel presente volume.



mercoledì 15 aprile 2026

Magneti Marelli 1945: Sangue in fabbrica. Il dossier americano sulle esecuzioni dei fascisti.



"Le carte declassificate rintracciate da Emiliano Ciotti documentano il violento 1945 della Magneti Marelli: un dossier che rivela la portata delle esecuzioni politiche compiute dagli antifascisti nei reparti della fabbrica."

SESTO SAN GIOVANNI – Per decenni è rimasta sepolta negli archivi americani, ma ora la verità emerge nitida dalle carte dell'intelligence. Il dossier sulla Fabbrica Italiana Magneti Marelli ricostruisce gli anni più bui dello stabilimento (1943-1947), dipingendo un quadro di feroci contrasti politici, intimidazioni e sangue.



L'Assedio Interno: L'Istigazione al Linciaggio

La strategia di ostruzionismo adottata dalla dirigenza per rallentare la produzione bellica destinata all'occupante accentuò il contrasto ideologico con la componente collaborazionista. Secondo i rapporti americani, alcuni gruppi di operai fascisti all'interno della fabbrica favorirono l'ingresso di milizie esterne del regime. Queste formazioni, una volta infiltrate tra le linee di montaggio, avviarono un'opera di istigazione costante volta a destabilizzare l'assetto aziendale.

L'intento di questi gruppi era sollecitare le maestranze alla mobilitazione contro la proprietà, indicando nei fratelli Quintavalle i principali bersagli della contestazione. Le riserve mosse alla dirigenza avevano una matrice politica: riguardavano il rifiuto della "socializzazione" proposta dal regime e il mantenimento di orientamenti filo-alleati. È tuttavia fondamentale sottolineare che, nonostante la forte contrapposizione e l'asprezza dei toni, in questa fase non fu arrecato alcun danno fisico agli operai dello stabilimento. Ciononostante, la crescente situazione di insicurezza indusse i vertici aziendali ad allontanarsi dalla fabbrica nell'imminenza della Liberazione, dato il rischio concreto di essere inclusi tra i soggetti da sottoporre a fermo o ritorsione.




La Deriva del 1945: Esecuzioni e "Giovani Armati"

Il dossier americano descrive un drastico cambiamento di scenario dopo il 25 aprile 1945. Nonostante la caduta del regime, la violenza cambiò segno: una "minoranza turbolenta", descritta come un manipolo di "giovani armati", prese il controllo dello stabilimento. In questo clima di anarchia si consumarono le azioni più gravi, con l'eliminazione sistematica di figure chiave dell'azienda e del sindacato fascista.

La "Resa dei Conti": L'elenco delle ritorsioni

I documenti americani declassificati forniscono un quadro dettagliato della violenta epurazione consumatasi all'interno o nei pressi della fabbrica. Tra le vittime delle esecuzioni sommarie figurano dirigenti e operai:

  • Ing. Molinari: Direttore dei lavori e fedele collaboratore della proprietà fin dalle origini. Il dossier riporta che "giovani armati" gli hanno sparato, eliminando un tecnico di immenso valore per l'azienda.

  • Mario Goggi (52 anni);

  • Eligio Noro (29 anni);

  • Stefano Sciaccaluga (50 anni), aviatore, medaglia d'argento al valor militare e attore;

  • Furio Grifoni (31 anni), sindacalista;

  • Anita Oprandi (33 anni);

  • Adolfo Casadei (47 anni).

Il rapporto menziona inoltre il ritrovamento di altri cinque corpi non identificati, a testimonianza di una epurazione cruenta avvenuta principalmente intorno alla data del 29 aprile 1945.



Un’Industria in Ginocchio

Mentre il sangue scorreva tra i reparti, la produzione era paralizzata dalla mancanza di materie prime. Il dossier elenca una carenza disperata di materiali critici per il 1945: mancavano 50.000 kg di antimonio, 40.000 kg di lamiera al silicio e la polvere di ferro per i nuclei delle radio.

Questi omicidi politici e le ritorsioni interne rischiarono di distruggere definitivamente il futuro della Marelli. Il rapporto conclude che solo il ritorno all'ordine e la ripresa dei contatti con i partner americani (come RCA e American Bosch) avrebbero potuto salvare l'azienda dalla dissoluzione totale.

martedì 14 aprile 2026

IL GRANDE INGANNO DI ROCCAGORGA (LT). NON FURONO I TEDESCHI A UCCIDERE I FRATELLI ROSSI

 

📜 IL GRANDE INGANNO: 

Quando la Memoria cancella la Storia

Ecco il documento che smentisce la versione ufficiale

Esiste una narrazione che per anni ha dipinto i fatti di Sant’Angelo (16 aprile 1944) come un eccidio di bambini inermi bruciati vivi dai tedeschi. Ma quando si aprono gli archivi e si leggono i verbali originali dell'epoca, emerge un grande inganno storico: la realtà dei fatti è stata manipolata per scopi celebrativi.


documento ritrascritto

Il 16/4/44 due soldati tedeschi della M. S. Angelo (circa 2,5 km. nordovest di Priverno) nel loro viaggio di ritorno al loro accampamento, passarono vicino ad una capanna ed uno di essi si fermò per breve tempo e l’altro lo aspettò camminando più lentamente. Qui venne attaccato da un civile, probabilmente dall’italiano Rossi Alfiero, che senza alcuna ragione colpì il soldato alla testa ferendolo gravemente, tanto che il militare cadde a terra privo di sensi. La sua pistola gli venne rubata.


Un intelligente Comando perquisì tutte le capanne e fienili che sono nella zona, e prese la madre dell’italiano. Uomini non ne vennero trovati.

Alla sera un comando germanico di cacciatori, predispose un nuovo controllo e mentre si avvicinava una pattuglia al posto dove avvenne l’inconsulto atto, un civile saltò nella capanna. Pur essendo stato intimato il fermo, il civile non si diede per vinto e così fu messa a fuoco la capanna, ma anche in tale forma non fu possibile far uscire questo civile. Poco dopo si udì un grido e varie detonazioni.



Alla mattina del 17/4 si cercò nella cenere e vennero trovati i resti dell’uomo bruciato con due colpi esplosi di pallottola di pistola tedesca.

Si suppone che il civile bruciato sia il colpevole, la madre è stata arrestata e consegnata alla polizia da campo.

L’unità chiede che venga portato a conoscenza della popolazione quanto è accaduto, facendo presente che anche per l’avvenire saranno adottate misure sempre più severe per atti di sabotaggio e per violenze contro i soldati tedeschi. "


🔍 Le Incongruenze che smontano il "Martirio"



1. Il giallo dei due corpi al cimitero La lapide celebra "due ragazzi" morti nel rogo della capanna il 16 aprile. Tuttavia, i registri indicano che i corpi di due giovani furono trasportati al cimitero solo a fine maggio 1944. Se fossero morti nel rogo causato dai tedeschi un mese e mezzo prima, perché i corpi sono apparsi solo allora? Questo scarto temporale suggerisce che la loro morte sia avvenuta molto dopo l'episodio della capanna.

2. L'ombra delle truppe marocchine (le "Marocchinate"). A fine maggio 1944, l'area tra Roccagorga, Maenza, Sezze e Priverno non era più sotto il controllo esclusivo tedesco, ma era teatro dell'avanzata degli Alleati. In particolare, in questi comuni si registrarono decine di vittime civili a causa delle violenze sistematiche commesse dai soldati marocchini. È estremamente probabile che almeno uno dei due ragazzi sia stato vittima di queste truppe coloniali, e non dei tedeschi.

3. La vittima della capanna: un'identità diversa? Il documento del 16 aprile 1944 è categorico: dopo il rogo fu trovato UN SOLO corpo, identificato come l'aggressore di un soldato tedesco. Se nella capanna ci fosse stato il fratello o un altro giovane, i tedeschi — che avevano tutto l'interesse a contare i morti per scopi di rappresaglia — lo avrebbero annotato. La "sovrapposizione" dei due fratelli come vittime del rogo sembra un'invenzione successiva per coprire una verità più scomoda: una morte avvenuta per mano degli "alleati" liberatori.

🚫 L'INATTENDIBILITÀ DI RACCONTI  TRAMANDATI   DOPO 70 ANNI

La versione dei "bambini bruciati" si basa esclusivamente su racconti tramandati e raccolti dopo 70 anni, che la logica smentisce categoricamente:

  • NESSUN TESTIMONE PRESENTE: I fatti avvennero di notte, in una zona di campagna isolata. È assurdo pensare che ci fossero testimoni oculari pronti a osservare la scena mentre i "cacciatori" tedeschi setacciavano l'area in cerca di un uomo armato.

  • MEMORIA DISTORTA: Chi riporta oggi quei fatti non era presente. Si tratta di storie deformate dal tempo e dai passaggi di bocca in bocca, prive di valore di fronte a un verbale ufficiale scritto 48 ore dopo i fatti.

                            

LA VERITÀ SULLE "MAROCCHINATE": 

                         

LE RICERCHE DI EMILIANO CIOTTI

L'incongruenza definitiva emerge dai registri cimiteriali, dove i corpi dei due fratelli Russi compaiono solo a FINE MAGGIO 1944, ben 40 giorni dopo l’episodio della capanna.

Il motivo di questo ritardo è emerso grazie alle ricerche condotte nel 2018 dal presidente dell'Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, Emiliano Ciotti. Le testimonianze raccolte a Roccagorga indicano una realtà ben più cruda:

  • Almeno uno dei fratelli sarebbe stato ucciso dai soldati marocchini (goumier) per ritorsione.

  • Pare che i civili avessero ucciso un soldato marocchino mentre questi tentava di violentare una donna del posto. La vendetta dei commilitoni coloniali si abbatté sui ragazzi.

                                                 CONCLUSIONE

La morte dei fratelli Rossi è stata successivamente "spostata" ad aprile e attribuita ai tedeschi per un duplice, cinico scopo: coprire i crimini atroci commessi dai "liberatori" marocchini e costruire un martirio politico che non trova alcun riscontro nelle carte.

La storia si fa con i verbali e le indagini serie, non con i "sentito dire" tramandati per settant'anni per coprire verità scomode.

#Roccagorga #VeritàStorica #FratelliRussi #GrandeInganno #Marocchinate #EmilianoCiotti #NoFakeHistory

lunedì 13 aprile 2026

L’orrore di Gornje Polje: il massacro dei soldati italiani per mano dei partigiani jugoslavi


«Data l'inaudita crudeltà delle testimonianze qui riportate, si è scelto di trascrivere il documento parola per parola, affinché il racconto dei testimoni oculari dell'epoca non subisca alcuna alterazione.

Quella che segue non è una narrazione romanzata né un racconto dell'orrore, ma la cronaca di fatti realmente accaduti. È la testimonianza di una ferocia che sembra trascendere le consuete dinamiche belliche per sfociare in un odio radicale e profondo verso un'intera nazione; un sentimento così radicato da risultare, altrimenti, inspiegabile.

Presentiamo dunque, nella sua forma originale e cruda, il documento reperito presso l'Archivio Militare di Roma, affinché la storia parli con la propria voce.» ecco il documento :

         

Data: Settembre 1942

Località: Zona di Gornje Polje (12 km a nord di Nikšić)


«In una caverna situata nella zona di Gornje Polje, sono stati rinvenuti i resti di numerosi militari italiani appartenenti alle divisioni "Taro", "Ferrara" e "Alpi Graie", barbaramente seviziati e uccisi da formazioni partigiane. La cavità appariva ricolma di cadaveri per circa due terzi della sua capacità.

I rilievi medici e sanitari hanno confermato che la causa della morte per molti di essi è riconducibile a violenti colpi di mazza inferti alla scatola cranica. Testimoni oculari raccontano che alcuni vennero legati agli alberi mentre donne partigiane molto giovani passavano dinanzi a loro in atteggiamento indecenti per eccitarli; dopo l'eccitazione sodati partigiani evirarono i poveri soldati;


Il documento riporta atti di estrema ferocia, tra cui evirazioni, enucleazioni e il taglio di orecchie e lingue. Coloro che sopravvissero a tali supplizi vennero infine giustiziati con armi da fuoco o finiti brutalmente con i calci dei fucili battuti sulla testa.»


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Militare di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈




 

 

domenica 12 aprile 2026

Pompei 1944, il tragico destino di Giuseppina e del piccolo Aldo

 

Era il 29 novembre del 1944. Fuori, l'Italia viveva le giornate più lunghe e tese di un inverno di guerra che sembrava non voler finire mai. Dentro le mura di una casa privata, però, si consumava un dramma che la storia ufficiale spesso dimentica tra le pieghe di un verbale di poche righe: il destino tragico di Giuseppina Caruso, 35 anni, e del suo piccolo Aldo, di appena 4. Madre e figlio, trovati senza vita nel loro letto, legati e imbavagliati, come se il mondo intero avesse voluto spegnere il loro respiro in quello che doveva essere il rifugio più sicuro del mondo: la loro casa.




Pensare a Giuseppina che cerca di proteggere il suo bambino, che stringe a sé il piccolo Aldo mentre il terrore irrompe improvvisamente in camera da letto, stringe il cuore. Non c’è solo la crudeltà di un furto finito nel sangue, con il saccheggio di averi per un valore di 20.000 lire; c’è soprattutto l’orrore di una vita spezzata proprio lì, dove un figlio dovrebbe sentirsi protetto dall’abbraccio di sua madre. I cassetti spalancati, le carte sparse e il silenzio irreale di quella stanza raccontano di una violenza che non ha guardato in faccia l’innocenza.

Ciò che rende questa ferita ancora più profonda sono le tracce lasciate dagli assassini: una pistola inglese abbandonata sul posto e un camion militare rinvenuto nei pressi. Indizi che puntano verso due soldati, i cui nomi probabilmente non sapremo mai, ma la cui ombra si allunga su una pagina di storia in cui la linea tra chi doveva portare la libertà e chi portava distruzione divenne tragicamente sottile. Raccontare oggi di Giuseppina e Aldo significa restituire dignità a due vite dimenticate, ricordando che, nel buio di ogni conflitto, le vittime più vere sono spesso quelle che la Storia ha lasciato nel silenzio più profondo, prigioniere di una violenza che ancora oggi fatica a trovare un senso.

 

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


   👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈


giovedì 9 aprile 2026

Milano, 7 maggio 1945. L’ultima giornata di un’ausiliaria SAF e di sua figlia

7 maggio 1945. La guerra era finita, le strade di Milano erano piene di silenzio e polvere, eppure in una piccola casa del quartiere, il terrore non aveva mai smesso di bussare. Tiberio Pasquina, diciassettenne dagli occhi grandi e già stanchi, stava pulendo il pavimento accanto alla madre, Giuseppina Recalcati.


Giuseppina era un’ausiliaria SAF, un corpo di donne che prestava servizio civile e logistico durante il conflitto: aiutavano gli ospedali, portavano rifornimenti, compilavano documenti, assistevano chi aveva bisogno. Non combattevano, non sparavano, non avevano mai commesso crimini. La loro colpa era solo quella di esistere, di avere idee proprie e di non piegarsi all’odio dilagante

Le mani di Pasquina passavano stracci su macchie di cenere e sudore, ignare della tempesta che stava per abbattersi su di loro. Non c’era colpa nei loro gesti quotidiani: cucinare, spazzare, riordinare.

Eppure arrivarono, con passo deciso, senza bussare, con il sole che ancora filtrava dalle tende. L’odio politico, cieco e feroce, entrò in quella stanza come una lama invisibile. Non c’era guerra da combattere lì dentro, non c’erano soldati tedeschi da fermare. Eppure, proprio mentre la guerra finiva, la giustizia si piegava al peggio dell’umanità: le donne furono trascinate via, Giuseppina e Pasquina, madre e figlia, punite per qualcosa che non avevano mai fatto.

Pasquina non poteva capire. Perché giustiziare una ragazza di diciassette anni? Perché punire una madre che aveva solo cercato di aiutare gli altri e di proteggere la propria famiglia? Il mondo sembrava aver ribaltato ogni legge, ogni morale, e chi diceva di combattere il male assoluto, si comportava peggio dei nemici stessi.

Mentre venivano portate via, Pasquina pensava al futuro, a una vita che le era stata rubata troppo presto, a come l’odio possa crescere anche quando la guerra è finita. Nessun eroe in quella storia, nessuna gloria: solo dolore, ingiustizia, e la fredda consapevolezza che a volte il male non ha bisogno di eserciti per esistere.

E mentre le porte si chiudevano, silenziose, Giuseppina guardò la figlia e le sussurrò, con la voce rotta: “Non odiare, tesoro. Che loro abbiano vinto oggi non significa che vinceranno sempre.”

Ma per Pasquina, il mondo era diventato improvvisamente un posto più piccolo, più cattivo, e incredibilmente ingiusto. Anche la fine della guerra non poteva cancellare l’orrore di un destino segnato dal semplice fatto di essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.

          👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈



mercoledì 8 aprile 2026

7 aprile 1945. Sangue alla stazione di Minturno (LT)

La sera era fredda e silenziosa lungo i binari della piccola stazione. Il treno merci numero 9451 avanzava lentamente, carico di casse e di uomini stanchi di guerra. Tra loro c’era un militare della polizia alleata, incaricato di scortare il convoglio. Camminava accanto ai vagoni con il fucile a tracolla, lo sguardo attento nell’oscurità. La guerra non era ancora finita e la tensione riempiva ogni gesto. Ogni ombra sembrava un pericolo, ogni rumore faceva sobbalzare il cuore. Quando il treno si avvicinò alla stazione ferroviaria, nel silenzio della sera si udirono improvvisamente alcuni colpi di fucile. Gli spari risuonarono secchi tra i muri e le rotaie. La gente nei dintorni si disperse spaventata. Tra loro c’era anche una ragazza di sedici anni, Oriente.


Il destino fu crudele e improvviso. Uno dei colpi la raggiunse gravemente. Cadde a terra mentre il panico si diffondeva intorno a lei. Le persone accorsero cercando di aiutarla. Oriente fu trasportata in fretta all’ospedale civile. I medici tentarono tutto il possibile per salvarla. Ma la ferita era troppo grave. Le ore passarono tra speranza e silenzio. Il giorno 7 aprile 1945 la giovane si spense. Aveva soltanto sedici anni. 

La guerra sembrava ormai lontana e vicina alla sua conclusione. Eppure, anche negli ultimi giorni, continuava a lasciare dietro di sé dolore e vite spezzate. Quella di Oriente fu una morte assurda, uno degli ennesimi omicidi inutili che la guerra porta con sé. Quando si arriva a colpire i civili, quando una ragazza di sedici anni diventa vittima dei fucili, non c’è eroismo né gloria. C’è solo paura, violenza e ingiustizia.

Voler annientare un popolo e accanirsi contro chi non può difendersi non è il gesto di un eroe, ma di chi ha smarrito ogni senso di umanità. Davanti a tragedie come questa resta una domanda amara: è davvero questa la libertà che doveva arrivare? O è soltanto un’altra ferita lasciata dalla guerra, che nessuna vittoria potrà mai cancellare?


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


           👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈



Algeria. Prigionieri italiani violenza e sofferenza a Cheregas

  Il trattamento riservato loro è disumano: nessuna igiene, nessuna assistenza sanitaria, ogni minima mancanza diventa motivo di maltrattam...