Oggi, 25 aprile, l’Italia celebra la Liberazione
NOI NO.
Oggi, 25 aprile, l’Italia celebra la Liberazione
NOI NO.
Attenzione: immagini forti. Il contenuto è reale; si prega chi è sensibile di non visionarle
"Foiba" di SURANI (65A-H867275)
(profondità metri 135).-
a)- Estrazione delle salme e identificazione
dic.43
B) Maresc. HARZARICH
Vigile GIACOMINI
Vigile BUSSANI
Vigile SABATINI Giulio del distaccamento di Parenzo
Vigile TAMBURINI Giuseppe
Autorità presenti:
Dr. D'ALESSANDRO, Pretore di PARENZO
Podestà di PARENZO
Podestà di ANTIGNANA
- Un giudice del Tribunale di POLA
Parroco di PARENZO
Parroco di ANTIGNANA
Un medico.
Scorta:
40 militi del Presidio di ANTIGNANA comandati dal Ten.te
GIANNOTTI Gino di TRIESTE.
Solita attrezzatura
Le salme che si recuperano, dopo due giorni di duro lavoro,
sono 26.- Ecco il nome dei rappresentanti:
1- DE CANEVA Giovan-Battista, di anni 37, padre di due
figli. Milite forestale di PARENZO. L'interrogato non è a conoscenza dei suoi
spiccati sentimenti fascisti o di altri speciali motivi che potrebbero aver
influito sulla tragica sorte. (Vedi foto n. 42).-
2- VALENTI Maria, di VILLANOVA di PARENZO. (sconosciuto ogni
altro particolare). Il medico presente all'estrazione assicurava che la donna,
prima dell'uccisione, é stata posseduta con la forza.-
3- SCIORTINO Ada, vedova MECHIS, di anni 40, insegnante, da
CASTELLIER (S. Domenica di Visinada). Anch'essa presenta sogni di violenza. Non
è difficile notare ciò anche dallo stato dei suoi abiti, lacerati soltanto in
determinate parti (foto n.43).-
foto n. 42
foto n. 43
4-Dott. CALLEGARI Virginio da PARENZO, di anni 62, possidente, padre di 4 figli..
5-DAPRETTO Giorgio, di anni 51, commerciante, da PARENZO, padre di due figli.-
6-VINCENZO Domenico, di anni 51, da PARENZO, bidello, padre di 4 figli.-
7- GUELI Giovanni, di anni 53, insegnante, padre di 4 figli, da PARENZO..
8-PETRACCHI Torquato, di anni 49, maresciallo comandante CC.RR. di PARENZO, padre di un figlio.-
9 BARBO Antonio, fu Candido, di anni 60, agricoltore, padre di 3 figli - da VILLANOVA di PARENZO.-
10-BARBO Candido, fu Pietro, di anni 41, cantoniere, padre di 1 figlio da VILLANOVA di PARENZO.-
11-PAOLI Giacomo, fu Carlo, di anni 39, fabbro. Da VILLANOVA di PARENZO.-
12-PAOLI Giuseppe, fu Carlo, di anni 44, fabbro, padre di tre figli, fratello del procedente da VILLANOVA di PARENZO...
13-DE STALLIS Vittorio, di anni 64, agricoltore, padre di 5 figli, da VILLANOVA di PARENZO.-
14-BRAICO Mario - da VILLANOVA di PARENZO..
15-APOLLONIO Giorgio, di anni 63, da ORSERA.-
16-POLI Luigi, di anni 28, impiegato, padre di 1 figlio da CAPO-DISTRIA.-
17-COSSETTO Norma, di anni 24, professoressa. Da S.
DOMENICA DI VISINADA. Detenuta dai partigiani di TITO nell'ex caserma dei
CC.RR. di ANTIGNANA, viene fissata a un tavolo con legature alle mani e ai
piedi e violentata per tutta la notte da 17 aguzzini. Viene poi gettata in
foiba (notte dal 4 al 5 ottobre '43) con un pezzo di legno confuso nei
genitali. L'esecuzione della COSSETTO è motivata dal fatto che, ricercato il
padre, fascista, e non trovato, le venne arrestata al suo posto. Più tardi
anche il padre viene arrestato e ucciso. (vedi foiba di TREGHELIZZA).-
18-POSAR Antonio, di anni 71, capo operaio in pensione. Da
S. DOIMENICA DI VISINADA.-
19-COSSETTO Eugenio, di anni 54, possidente. Fratello del
padre di Norma COSSETTO.
20-FERRARIN Antonio, di anni 51, possidente. Da S. DOMENICA
DI VISINADA.-
L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio dell'Esercito italiano, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.
👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈
Tra loro c’erano dieci ufficiali. Camminavano a testa alta, nonostante le divise fossero ormai lacerate e la polvere della Jugoslavia avesse coperto i gradi e l'orgoglio. Non erano più combattenti, ma prigionieri in una terra che li guardava con odio antico.
Il Sentiero del Silenzio
Mentre la colonna risaliva verso l’altopiano di Radovce, le speranze di uno scambio di prigionieri o di un trattamento umano svanivano a ogni colpo ricevuto. Le testimonianze, rimaste per decenni sepolte come i loro corpi, parlano di maltrattamenti che andavano oltre la logica del conflitto: un accanimento feroce, figlio di una rabbia che non faceva distinzioni tra soldati di leva e ufficiali di carriera.
L'Orlo dell'Abisso
Arrivati nei pressi della foiba di Radovce, il mondo si restrinse a un buco nero nel terreno. Lì, in quella spaccatura naturale della terra, si consumò l'ultimo atto:
L'esecuzione: Non ci fu onore, né pietà. I prigionieri vennero barbaramente uccisi, molti ancora in vita mentre venivano spinti nel vuoto.
Il buio: I corpi caddero l’uno sull’altro, scomparendo nel ventre della montagna.
L'oblio: Per lunghi anni, il silenzio dei monti Piperi avrebbe coperto le grida di quegli uomini.
"Il vento tra le rocce di Radovce sembra ancora portare l'eco di quei nomi, 136 storie spezzate che la storia ufficiale, per troppo tempo, ha preferito non ascoltare."
L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio dell'Esercito italiano, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.
👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈
L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.
👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈
Ci sono storie che rimangono incastrate tra le pieghe del tempo, piccole luci che si spengono nel fragore di una guerra che non guardava in faccia a nessuno. Questa è la storia di Giovanni Gatti, un ragazzo di Priverno che aveva un sogno troppo grande per i confini della provincia di Littoria oggi Latina, e di un padre che non si arrese mai all'oblio.
Nel 1944, l’Italia è un corpo ferito, diviso e sanguinante. Giovanni, giovane e pieno di speranze, riesce a trovare un impiego presso l’Istituto Luce. Per un ragazzo di allora, lavorare con le immagini e con la documentazione rappresentava una promessa di futuro, un modo per guardare il mondo attraverso un obiettivo mentre tutto intorno crollava. Ma in quegli anni, anche un impiego civile poteva trasformarsi in una condanna.
Il destino di Giovanni si compie lontano da casa, a centinaia di chilometri dalle sue radici. Viene catturato a Savona con l'accusa di collaborazione, per il solo fatto di prestare servizio in quell'istituto. Il 6 dicembre 1944, a Levice, la sua vita viene spezzata: Giovanni viene fucilato dai patrioti. Aveva solo i suoi sogni e quella dignità che lo ha accompagnato fino all'ultimo istante.
Ma la tragedia non finisce con quel colpo di fucile. Inizia qui il lungo, straziante calvario di un padre. Immaginate la forza necessaria per attraversare un’Italia ancora in guerra, tra macerie e posti di blocco, con il solo obiettivo di riportare a casa quel figlio. Suo padre mosse mari e monti, lottò contro la burocrazia e il dolore, pur di non lasciare le spoglie di Giovanni in terra straniera, tra le colline delle Langhe.
Voleva che Giovanni tornasse a riposare dove aveva mosso i primi passi, nel cuore della sua Priverno. E ci riuscì.
Oggi, chi si ferma davanti alla sua tomba nel cimitero di Priverno può leggere un'iscrizione che racchiude tutto il senso della sua breve ma intensa esistenza: "La fede fu per lui più forte della vita e della morte".
Queste parole non sono solo un omaggio alla sua memoria, ma la testimonianza di una forza interiore che né la violenza della guerra né il passare dei decenni sono riusciti a scalfire. Raccontiamo la storia di Giovanni per ricordare che, dietro i grandi avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, ci sono stati giovani che hanno pagato il prezzo più alto, restando però fedeli a se stessi fino alla fine.
In memoria di Giovanni Gatti (Priverno - Levice, 6 dicembre 1944)
L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.
👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈
Il trattamento riservato loro è disumano: nessuna igiene, nessuna assistenza sanitaria, ogni minima mancanza diventa motivo di maltrattamento.
Il 17 marzo 1944, il caporale PERRIGONE protesta per l’insufficienza del cibo. È insultato e minacciato; lui e i compagni si ritirano nell’alloggio, astenendosi dal lavoro.
Alle 14:30 arriva il proprietario, accompagnato da un maresciallo e sei militari francesi armati. Per intimidire i prigionieri, il maresciallo simula una fucilazione e li costringe a preparare gli zaini e scendere nel cortile. Durante l’operazione, i soldati rubano tutti i generi di conforto: sigarette, sapone e altri beni.
Nel cortile i prigionieri subiscono sevizie: insulti, bastonate, sputi e marcia in ginocchio con lo zaino sulle spalle.
Il più colpito è PERRIGONE, ancora impossibilitato a lavorare dopo quattro giorni. I soldati CAFISO e BUFFA riportano ferite da baionetta.
⚠️ Una testimonianza terribile della crudeltà subita dai prigionieri italiani.
La documentazione è stata raccolta, analizzata e descritta nel presente volume.
SESTO SAN GIOVANNI – Per decenni è rimasta sepolta negli archivi americani, ma ora la verità emerge nitida dalle carte dell'intelligence. Il dossier sulla Fabbrica Italiana Magneti Marelli ricostruisce gli anni più bui dello stabilimento (1943-1947), dipingendo un quadro di feroci contrasti politici, intimidazioni e sangue.
La strategia di ostruzionismo adottata dalla dirigenza per rallentare la produzione bellica destinata all'occupante accentuò il contrasto ideologico con la componente collaborazionista. Secondo i rapporti americani, alcuni gruppi di operai fascisti all'interno della fabbrica favorirono l'ingresso di milizie esterne del regime. Queste formazioni, una volta infiltrate tra le linee di montaggio, avviarono un'opera di istigazione costante volta a destabilizzare l'assetto aziendale.
L'intento di questi gruppi era sollecitare le maestranze alla mobilitazione contro la proprietà, indicando nei fratelli Quintavalle i principali bersagli della contestazione. Le riserve mosse alla dirigenza avevano una matrice politica: riguardavano il rifiuto della "socializzazione" proposta dal regime e il mantenimento di orientamenti filo-alleati. È tuttavia fondamentale sottolineare che, nonostante la forte contrapposizione e l'asprezza dei toni, in questa fase non fu arrecato alcun danno fisico agli operai dello stabilimento. Ciononostante, la crescente situazione di insicurezza indusse i vertici aziendali ad allontanarsi dalla fabbrica nell'imminenza della Liberazione, dato il rischio concreto di essere inclusi tra i soggetti da sottoporre a fermo o ritorsione.
Il dossier americano descrive un drastico cambiamento di scenario dopo il 25 aprile 1945. Nonostante la caduta del regime, la violenza cambiò segno: una "minoranza turbolenta", descritta come un manipolo di "giovani armati", prese il controllo dello stabilimento. In questo clima di anarchia si consumarono le azioni più gravi, con l'eliminazione sistematica di figure chiave dell'azienda e del sindacato fascista.
I documenti americani declassificati forniscono un quadro dettagliato della violenta epurazione consumatasi all'interno o nei pressi della fabbrica. Tra le vittime delle esecuzioni sommarie figurano dirigenti e operai:
Ing. Molinari: Direttore dei lavori e fedele collaboratore della proprietà fin dalle origini. Il dossier riporta che "giovani armati" gli hanno sparato, eliminando un tecnico di immenso valore per l'azienda.
Mario Goggi (52 anni);
Eligio Noro (29 anni);
Stefano Sciaccaluga (50 anni), aviatore, medaglia d'argento al valor militare e attore;
Furio Grifoni (31 anni), sindacalista;
Anita Oprandi (33 anni);
Adolfo Casadei (47 anni).
Il rapporto menziona inoltre il ritrovamento di altri cinque corpi non identificati, a testimonianza di una epurazione cruenta avvenuta principalmente intorno alla data del 29 aprile 1945.
Mentre il sangue scorreva tra i reparti, la produzione era paralizzata dalla mancanza di materie prime. Il dossier elenca una carenza disperata di materiali critici per il 1945: mancavano 50.000 kg di antimonio, 40.000 kg di lamiera al silicio e la polvere di ferro per i nuclei delle radio.
Questi omicidi politici e le ritorsioni interne rischiarono di distruggere definitivamente il futuro della Marelli. Il rapporto conclude che solo il ritorno all'ordine e la ripresa dei contatti con i partner americani (come RCA e American Bosch) avrebbero potuto salvare l'azienda dalla dissoluzione totale.
Oggi, 25 aprile, l’Italia celebra la Liberazione NOI NO. Noi ricordiamo anche ciò che molti preferiscono ignorare: Quando le truppe franco-c...