martedì 19 maggio 2026

IL 18 MAGGIO NON SI TOCCA: RISPETTO PER LA STORIA E PER LE VITTIME

​Le date, esattamente come le bandiere, non sono semplici numeri sul calendario: hanno un significato profondo, storico e identitario.

​Per questo motivo, come Presidente dell'ANVM, ribadisco con forza che la giornata in memoria delle vittime delle "Marocchinate" è il 18 maggio, e non il 17.

 

                                 

Perché il 18 maggio?

  • La verità storica: Il 18 maggio 1944 è la data in cui le truppe coloniali francesi (C.E.F.) sfondarono definitivamente la Linea Gustav, dando inizio a uno dei capitoli più bui, dolorosi e taciuti della nostra storia: gli stupri di massa, le violenze e i saccheggi ai danni della popolazione civile inerme.
  • Il vuoto del 17 maggio: Storicamente, il 17 maggio non rappresenta nulla legato a questi tragici eventi. Semmai, coincide con la Giornata internazionale contro l'omotransfobia.

​No alla confusione, no al negazionismo strisciante

​Chi oggi tenta di spostare o modificare questa data non sta facendo un errore di distrazione. Chi vuole cambiare la data vuole creare confusione, diluire il ricordo e sminuire l'immane tragedia delle nostre donne, dei nostri bambini e dei nostri uomini violati, mescolando il loro sacrificio ad altre battaglie o ricorrenze che nulla hanno a che fare con la Linea Gustav.

​Spostare la data significa, nei fatti, tentare di cancellare la specificità di quel dramma. Significa compiere un secondo oltraggio a chi ha già subito l'innominabile.

​Noi non lo permetteremo. La memoria delle vittime delle Marocchinate esige rigore storico, rispetto e dignità.

Il 18 maggio è il giorno del ricordo. E tale deve rimanere.

Il Presidente ANVM

​"Lo hanno fatto anche gli italiani": smontare la propaganda attraverso la storia delle marocchinate e del colonialismo

Da oltre trent’anni, ogni volta che si parla delle marocchinate, delle violenze compiute dalle truppe coloniali francesi in Italia durante la Seconda guerra mondiale, compare quasi sempre la stessa frase:

        “Lo hanno fatto anche gli italiani in Africa.”

Una risposta che, troppo spesso, non nasce dal desiderio di approfondire la storia, ma dal tentativo di ridimensionare o relativizzare ciò che subirono migliaia di civili italiani — donne, bambine, uomini, anziani e persino sacerdoti — tra il 1943 e il 1945.

È possibile che, come in ogni guerra e in ogni esercito del mondo, singoli soldati italiani abbiano commesso episodi isolati di violenza nelle colonie africane. Nessuno può escluderlo. Tuttavia, ancora oggi, chi ripete continuamente la frase “lo hanno fatto anche gli italiani” raramente porta documenti, relazioni ufficiali o testimonianze storiche comparabili, per numero e sistematicità, a quanto accadde in Italia durante le marocchinate del 1944/1945.

                                            
         

Il fenomeno del “madamato”

Tra gli episodi più citati da chi risponde con la frase “lo hanno fatto anche gli italiani” vi è il cosiddetto madamato, pratica diffusa soprattutto nelle colonie italiane dell’Africa. Con il termine “madama” venivano indicate giovani donne eritree, etiopi o somale che convivevano temporaneamente con militari, funzionari o coloni italiani. In molti casi queste relazioni nacquero in un contesto di forte squilibrio sociale, economico e coloniale. Alcuni storici parlano di rapporti consensuali, altri evidenziano invece situazioni di sfruttamento, coercizione o dipendenza dovute alla posizione dominante dei colonizzatori.

È importante ricordare che il madamato non fu introdotto dal fascismo, ma esisteva già dalla fine dell’Ottocento, nei primi anni della presenza coloniale italiana in Africa orientale. Successivamente, il regime fascista decise invece di vietarlo ufficialmente: nel 1937 vennero introdotte le leggi razziali coloniali che proibivano le unioni tra italiani e popolazioni africane.

Persino il generale Graziani definì il madamato una pratica “abominevole”, considerandolo incompatibile con la politica  fascista dell’epoca.

Va inoltre ricordato che i matrimoni combinati e le unioni con ragazze molto giovani non erano una realtà esclusiva delle colonie africane. Anche in Italia, soprattutto nelle aree più povere e rurali, matrimoni precoci o combinati sono esistiti fino agli anni ’60 e ’70, in un contesto culturale profondamente diverso da quello attuale.

Pratiche simili, legate a tradizioni familiari o religiose soprattutto dai musulmani, continuano ancora oggi a esistere in alcune parti del mondo. Per questo motivo, affrontare certi temi storici richiede equilibrio e contestualizzazione, evitando semplificazioni o generalizzazioni verso interi popoli o religioni.

Il madamato rappresenta certamente una pagina controversa e discussa del colonialismo italiano, che merita studio e approfondimento storico. Tuttavia, anche in questo caso, utilizzare il tema come risposta automatica alle marocchinate significa spesso evitare di affrontare direttamente ciò che avvenne in Italia nel 1944.

 Perché si cambia sempre argomento?

La domanda è semplice: perché quando si parla delle vittime italiane bisogna sempre aggiungere un “però”?                                              Perché davanti a testimonianze di stupri di massa, omicidi, torture e devastazioni documentate da sindaci, parroci, carabinieri, medici e commissioni dell’epoca, si sente il bisogno di dire: “Anche gli italiani hanno fatto lo stesso”?

Questa frase, ripetuta continuamente, finisce per diventare una forma di giustificazione indiretta.
Come se ricordare le vittime italiane fosse sbagliato.
Come se condannare quelle atrocità richiedesse necessariamente un confronto politico o ideologico.

In oltre trent’anni di ricerche e testimonianze raccolte, molte persone hanno cercato documenti comparabili, per dimensioni e sistematicità, a quanto avvenne in Ciociaria, nel basso Lazio, in Toscana o all’Isola d’Elba durante l’avanzata delle truppe coloniali francesi. Eppure, quasi sempre, chi pronuncia quella frase non porta documenti, processi, relazioni ufficiali o fonti precise: resta uno slogan ripetuto automaticamente. La memoria storica dovrebbe avere un unico dovere: riconoscere il dolore delle vittime, senza usarlo come arma politica. Ricordare le marocchinate non significa negare le sofferenze di altri popoli. Significa semplicemente chiedere rispetto per migliaia di italiani dimenticati per decenni nel silenzio, nella vergogna e nell’indifferenza. Una vittima non smette di essere vittima perché, in un altro luogo e in un altro tempo, qualcun altro ha commesso altri crimini. La storia non si difende relativizzando gli orrori. Si difende chiamandoli con il loro nome.

lunedì 18 maggio 2026

18 Maggio: Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime delle Marocchinate



18 Maggio: Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime delle Marocchinate
Il 18 maggi non è una data come le altre. È un giorno sospeso tra il silenzio e il dovere della memoria, dedicato ufficialmente al ricordo di una delle pagine più buie, dolorose e per troppo tempo dimenticate della storia italiana: le "marocchinate".
Mentre l'Italia e gli Alleati celebravano la rottura della Linea Gustav nel maggio del 1944, intere comunità del Lazio meridionale (in particolare nella Ciociaria) e della Toscana venivano travolte da un'ondata di inaudita violenza da parte delle truppe coloniali francesi. Migliaia di donne, bambine, ma anche uomini e anziani, subirono abusi indicibili.
Perché la Memoria è Dignità
Per decenni, il dolore delle vittime è rimasto chiuso tra le mura di casa, soffocato dal peso della vergogna e dall'indifferenza delle istituzioni. Parlare di ciò che accadde significava rompere la narrazione perfetta della "Liberazione", trasformando i sopravvissuti in vittime due volte: prima della violenza, poi dell'oblio.
Istituire e celebrare questa giornata nazionale significa: Restituire voce a chi ha sofferto nel silenzio e nell'isolamento.
Riconoscere il sacrificio di intere popolazioni civili che hanno pagato il prezzo più alto della guerra.
Trasformare il dolore privato in coscienza collettiva, perché una ferita storica non rimarginata impedisce a una comunità di guardare al futuro con lucidità.  "Non è solo storia. È la nostra coscienza."
Come ricorda potentemente il manifesto di questa giornata, quegli eventi non possono essere derubricati a semplici "effetti collaterali" del passato. Riguardano il nostro presente. Ci interrogano su come l'essere umano possa spogliarsi di ogni umanità e su quanto sia fragile il confine tra la civiltà e la barbarie.
Il papavero rosso che spicca tra le macerie della Ciociaria simboleggia il sangue versato, ma anche la rinascita e la resistenza di un popolo che, nonostante tutto, ha trovato la forza di andare avanti.
Memoria. Rispetto. Giustizia.
Oggi, 18 maggio, fermiamoci a riflettere. Condividere questa storia non significa alimentare il rancore, ma coltivare il rispetto per la dignità umana, affinché l'indifferenza non vinca mai più.


venerdì 15 maggio 2026

Roccagorga (LT). I goumier colpiscono a morte il quattordicenne Anastasio Gigli. / Language English, French, and German

Il Ricordo di Anastasio


"Mio nonno, Gigli Sisto, non era lì in quei giorni. Lui aveva vissuto l'inferno della sabbia e del fuoco, essendo stato fatto prigioniero ad El Alamein. Mentre lui si trovava lontano, prigioniero di guerra, sognava probabilmente di tornare a casa per riabbracciare la sua famiglia e suo fratello minore, Anastasio. Dopo la fine del conflitto, una volta tornato, mi parlava spesso di lui con una commozione che non lo ha mai abbandonato. Anastasio aveva solo 14 anni in quel giugno del '44. Era una mattina che sembrava promettere la libertà, con il fronte che si spostava, e il ragazzo stava andando in campagna, percorrendo sentieri che considerava sicuri perché erano 'casa'.





Invece, su quegli stessi sentieri, incrociò l'orrore. L'11 giugno 1944 fu assalito da un gruppo di soldati coloniali, i goumiers. La violenza fu cieca e spietata: Anastasio fu violentato e poi ucciso, trafitto da un colpo di pugnale, probabilmente il koumia tipico di quelle truppe, che gli inflisse una morte immediata. Sisto portò dentro di sé per sempre il paradosso di essere sopravvissuto a una delle battaglie più cruente della storia mondiale, per poi tornare e scoprire che la guerra aveva preteso il sacrificio più atroce e personale proprio lì, nel silenzio della loro terra. Oggi, ricordare Anastasio significa dare giustizia a un'innocenza spezzata e far sì che il suo nome continui a vivere."

Il nipote, Emiliano Ciotti, Presidente ANVM

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.

         👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈


 "ENGLISH VERSION"  

My grandfather, Sisto Gigli, was not there during those days. He had already lived through the hell of sand and fire, having been taken prisoner at El Alamein. While he was far away, a prisoner of war, he likely dreamed of returning home to embrace his family and his younger brother, Anastasio. After the end of the conflict, once he returned, my grandfather would often speak to me about him, with a deep emotion that never left him. Anastasio was only 14 years old in that June of 1944. It was a morning that seemed to promise freedom, as the front line was shifting, and the boy was heading into the countryside, walking along paths he considered safe because they were 'home'.

Instead, on those very same paths, he crossed paths with horror. On June 11, 1944, he was assaulted by a group of colonial soldiers, the goumiers. The violence was blind and merciless: Anastasio was violated and then killed, pierced by a dagger blow—likely the koumia typical of those troops—which inflicted immediate death. Sisto carried within himself forever the paradox of having survived one of the bloodiest battles in world history, only to return and discover that the war had claimed the most agonizing and personal sacrifice right there, in the silence of their own land. Today, remembering Anastasio means bringing justice to a shattered innocence and ensuring that his name continues to live on."

The grandson, Emiliano Ciotti, President of the ANVM


 

                                     "VERSION FRANÇAISE"

"Mon grand-père, Sisto Gigli, n'était pas là pendant ces journées-là. Il avait déjà vécu l'enfer du sable et du feu, ayant été fait prisonnier à El Alamein. Alors qu'il se trouvait loin, prisonnier de guerre, il rêvait probablement de rentrer chez lui pour embrasser sa famille et son jeune frère, Anastasio. Après la fin du conflit, une fois de retour, mon grand-père me parlait souvent de lui, avec une émotion qui ne l'a jamais quitté. Anastasio n'avait que 14 ans en ce mois de juin 1944. C'était un matin qui semblait promettre la liberté, avec la ligne de front qui se déplaçait, et le garçon se rendait à la campagne, empruntant des sentiers qu'il considérait comme sûrs parce qu'ils étaient 'la maison'.

Pourtant, sur ces mêmes sentiers, il croisa l'horreur. Le 11 juin 1944, il fut assailli par un groupe de soldats coloniaux, les goumiers. La violence fut aveugle et impitoyable : Anastasio fut violé puis tué, transpercé par un coup de poignard — probablement le koumia typique de ces troupes — qui lui infligea une mort immédiate. Sisto porta en lui pour toujours le paradoxe d'avoir survécu à l'une des batailles les plus sanglantes de l'histoire mondiale, pour ensuite revenir et découvrir que la guerre avait exigé le sacrifice le plus atroce et le plus personnel juste là, dans le silence de leur propre terre. Aujourd'hui, se souvenir d'Anastasio signifie rendre justice à une innocence brisée et faire en sorte que son nom continue de vivre."

Son petit-fils, Emiliano Ciotti, Président de l'ANVM


 "DEUTSCHE VERSION"

"Mein Großvater, Sisto Gigli, war in jenen Tagen nicht dort. Er hatte bereits die Hölle aus Sand und Feuer erlebt, da er in El Alamein in Gefangenschaft geraten war. Während er weit weg in Kriegsgefangenschaft war, träumte er wahrscheinlich davon, nach Hause zurückzukehren, um seine Familie und seinen jüngeren Bruder Anastasio wieder in die Arme zu schließen. Nach dem Ende des Konflikts, als er zurückgekehrt war, sprach mein Großvater oft mit mir über ihn – mit einer tiefen Bewegung, die ihn nie verließ. Anastasio war erst 14 Jahre alt in jenem Juni '44. Es war ein Morgen, der Freiheit zu versprechen schien, während sich die Front verschob, und der Junge ging aufs Land. Er nutzte Pfade, die er für sicher hielt, weil sie 'Zuhause' waren.

Doch auf eben diesen Pfaden begegnete ihm das Grauen. Am 11. Juni 1944 wurde er von einer Gruppe Kolonialsoldaten, den Goumiers, überfallen. Die Gewalt war blind und gnadenlos: Anastasio wurde vergewaltigt und dann getötet, durchbohrt von einem Dolchstoß – wahrscheinlich dem für diese Truppen typischen Koumia –, der ihm den sofortigen Tod brachte. Sisto trug für immer das Paradoxon in sich, eine der blutigsten Schlachten der Weltgeschichte überlebt zu haben, nur um nach Hause zurückzukehren und zu erfahren, dass der Krieg das grausamste und persönlichste Opfer genau dort gefordert hatte, in der Stille ihrer eigenen Heimat. Heute an Anastasio zu erinnern bedeutet, einer zerstörten Unschuld Gerechtigkeit widerfahren zu lassen und dafür zu sorgen, dass sein Name weiterlebt."

Der Enkel, Emiliano Ciotti, Präsident der ANVM


 




mercoledì 13 maggio 2026

Pastena (FR). Il destino spezzato di una bambina di 5 anni / The broken destiny of a 5 year old girl./ Das gebrochene Schicksal eines fünfjährigen Kindes

 28 maggio 1944, Pastena.




Anna aveva cinque anni e stringeva la sua bambola seduta accanto al piccolo triciclo nel prato dietro casa. Il rumore della guerra era arrivato anche tra le colline del paese, portando paura e silenzio.

Quella sera il cielo sembrava più scuro del solito, e gli adulti abbassavano lo sguardo senza trovare parole. La guerra aveva spezzato l’innocenza di tante famiglie, lasciando dietro di sé ferite che il tempo non avrebbe cancellato.



Nel ricordo di Anna e di tutte le vittime civili del 1944, Pastena continuò a custodire il dolore e la memoria, perché certe tragedie non vengano dimenticate.


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


         👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈



                                                              "ENGLISH VERSION"  


May 28, 1944, Pastena.

Anna was five years old, clutching her doll as she sat beside her small tricycle in the meadow behind her house. The sound of war had reached the village hills, bringing with it fear and silence.

That evening, the sky seemed darker than usual, and the adults lowered their eyes, unable to find the words. The war had shattered the innocence of so many families, leaving behind wounds that time would never heal.

In memory of Anna and all the civilian victims of 1944, Pastena continues to preserve the pain and the memory, ensuring that such tragedies are never forgotten.

This episode is documented in records found at the Central State Archives in Rome, while a copy of the documentation is preserved in the archives of the National Association of Victims of the "Marocchinate."

👉 National Association of Victims of the "Marocchinate" and Allied Troops Website 👈



                                                            "VERSION FRANÇAISE"


28 mai 1944 — Pastena (FR)

Anna avait cinq ans ; elle serrait sa poupée contre elle, assise à côté de son petit tricycle dans le pré derrière la maison. Le fracas de la guerre était arrivé jusqu’aux collines du village, apportant avec lui la peur et le silence.

Ce soir-là, le ciel semblait plus sombre que d’ordinaire, et les adultes baissaient les yeux, ne trouvant plus les mots. La guerre avait brisé l’innocence de tant de familles, laissant derrière elle des blessures que le temps ne pourrait effacer.

En souvenir d’Anna et de toutes les victimes civiles de 1944, Pastena continue de préserver la douleur et la mémoire, pour que de telles tragédies ne soient jamais oubliées.

L’épisode est documenté par des actes conservés aux Archives Centrales de l’État à Rome, tandis qu’une copie de la documentation è déposée dans les archives de l’Association Nationale des Victimes des « Marocchinate ».

👉 Site de l'Association Nationale des Victimes des « Marocchinate » et des troupes alliées 👈



"DEUTSCHE VERSION"


28. Mai 1944 — Pastena (FR)

Anna war fünf Jahre alt und hielt ihre Puppe fest umschlungen, während sie neben ihrem kleinen Dreirad auf der Wiese hinter dem Haus saß. Der Widerhall des Krieges hatte nun auch die Hügel des Dorfes erreicht und brachte Angst und Schweigen mit sich.

An jenem Abend schien der Himmel dunkler als sonst, und die Erwachsenen senkten den Blick, ohne Worte zu finden. Der Krieg hatte die Unschuld so vieler Familien zerstört und Wunden hinterlassen, die die Zeit niemals heilen würde.

Im Gedenken an Anna und alle zivilen Opfer des Jahres 1944 bewahrt Pastena weiterhin den Schmerz und die Erinnerung, damit sich solche Tragödien niemals wiederholen.

Der Vorfall ist durch Dokumente aus dem Zentralen Staatsarchiv in Rom (Archivio Centrale dello Stato) belegt. Eine Kopie der Unterlagen wird im Archiv der Nationalen Vereinigung der Opfer der „Marocchinate“ aufbewahrt.

      👉 Webseite der Nationalen Vereinigung der Opfer der „Marocchinate“ und der alliierten Truppen 👈




domenica 10 maggio 2026

Ossa umane sui cofani: Il sacrilegio canadese a Oppido Lucano


Il sacrilegio dimenticato del Monastero di Oppido

L’inverno del 1943, in Italia, non portava solo il gelo delle montagne e il fumo delle artiglierie, ma anche storie che rasentano l'orrore gotico. Mentre la Linea Gustav diventava un tritacarne per migliaia di giovani vite, a Oppido Lucano si consumava un episodio che la storiografia ufficiale ha spesso lasciato ai margini, quasi per pudore.



 

Una macabra profanazione

Era il 21 dicembre. Il borgo, già provato dal passaggio del fronte, vide l'arrivo dei militari canadesi appartenenti al reggimento Princess Louise Dragoon Guards. Ma quella che doveva essere una sosta logistica si trasformò in un atto di pura barbarie rituale.

Alcuni soldati fecero irruzione nel silenzio millenario del Monastero di Sant’Antonio. Non cercavano cibo, né rifugio. Armati di strumenti improvvisati, profanarono le tombe dei monaci e le cripte della chiesa. L’obiettivo era agghiacciante: teschi e ossa femorali.

Trofei di guerra

Il dettaglio che più scuote la coscienza non è solo il furto in sé, ma la destinazione di quei resti umani. Le cronache dell'epoca riportano una scena surreale e macabra: i militari utilizzarono i teschi e le ossa per adornare i cofani degli autocarri e delle jeep, trasformando i mezzi di trasporto in carri funebri d’avanguardia, trofei di una "vittoria" contro i morti.

"Un atto che trasformò il simbolo della sacralità in un macabro ornamento da parata, cancellando in un colpo solo il rispetto per il nemico e per la pietà cristiana."

Quei resti, sottratti alla terra di Oppido, rappresentano una ferita nella memoria locale: il momento in cui la divisa smise di rappresentare la legge e divenne il vessillo di un’oscurità senza tempo.

Oggi, a distanza di oltre ottant'anni, quel 21 dicembre resta un monito silenzioso tra le pietre del monastero: la pace non è solo assenza di proiettili, ma il mantenimento della nostra stessa umanità.

L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


         👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈



mercoledì 6 maggio 2026

Albanova (Na). Il dramma di una bimba di 4 anni stuprata dai soldati franco-coloniali.


Il 6 marzo 1944, a Villa l’Acquario, nel comune di Albanova, il cielo sembrava aver perso ogni colore. Per la piccola Raffaella, solo quattro anni, il mondo era un perimetro di giochi e passi incerti, finché l'orrore della guerra non prese le sembianze dei militari marocchini.

In quel fondo agricolo che doveva essere un rifugio, l'innocenza fu violata con una ferocia indicibile. La violenza dei soldati non lasciò scampo al corpo fragile della bambina, ridotta in fin di vita per un brutale sfogo di libidine che nulla aveva di umano.

Le grida di Raffaella si spensero nel silenzio di una terra ferita. Il referto medico avrebbe poi cristallizzato l'atrocità: profonde ferite lacero-contuse in tutta la regione perineale. Fu una corsa disperata quella verso l’Ospedale Pellegrini di Napoli, dove la piccola venne ricoverata in condizioni critiche.

In quel letto d’ospedale, con la prognosi riservata a pesare come un macigno, Raffaella divenne il simbolo del sacrificio silenzioso delle "marocchinate". La sua storia è un monito brutale su come, sotto il fango della guerra, a pagare il prezzo più alto siano sempre i più indifesi.

Oggi, ricordare Villa l’Acquario significa restituire dignità a quel grido soffocato, affinché il dolore di una bambina di quattro anni non venga cancellato dalle pieghe del tempo.


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


   👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈

IL 18 MAGGIO NON SI TOCCA: RISPETTO PER LA STORIA E PER LE VITTIME

​Le date, esattamente come le bandiere, non sono semplici numeri sul calendario: hanno un significato profondo, storico e identitario. ​Per...