venerdì 24 aprile 2026

I Vigili del Fuoco nel tragico recupero di Norma Cossetto nella foiba di Surani

 


Attenzione: immagini forti. Il contenuto è reale; si prega chi è sensibile di non visionarle



"Foiba" di SURANI (65A-H867275)

(profondità metri 135).-

a)- Estrazione delle salme e identificazione


dic.43

B) Maresc. HARZARICH

Vigile GIACOMINI

Vigile BUSSANI

Vigile  SABATINI Giulio del distaccamento di Parenzo

Vigile TAMBURINI Giuseppe


Autorità presenti:

Dr. D'ALESSANDRO, Pretore di PARENZO

Podestà di PARENZO

Podestà di ANTIGNANA

- Un giudice del Tribunale di POLA

Parroco di PARENZO

Parroco di ANTIGNANA

Un medico.

 

Scorta:

40 militi del Presidio di ANTIGNANA comandati dal Ten.te GIANNOTTI Gino di TRIESTE.

Solita attrezzatura

Le salme che si recuperano, dopo due giorni di duro lavoro, sono 26.- Ecco il nome dei rappresentanti:

 

1- DE CANEVA Giovan-Battista, di anni 37, padre di due figli. Milite forestale di PARENZO. L'interrogato non è a conoscenza dei suoi spiccati sentimenti fascisti o di altri speciali motivi che potrebbero aver influito sulla tragica sorte. (Vedi foto n. 42).-

2- VALENTI Maria, di VILLANOVA di PARENZO. (sconosciuto ogni altro particolare). Il medico presente all'estrazione assicurava che la donna, prima dell'uccisione, é stata posseduta con la forza.-

3- SCIORTINO Ada, vedova MECHIS, di anni 40, insegnante, da CASTELLIER (S. Domenica di Visinada). Anch'essa presenta sogni di violenza. Non è difficile notare ciò anche dallo stato dei suoi abiti, lacerati soltanto in determinate parti (foto n.43).-

 

foto n. 42


foto n. 43

 

4-Dott. CALLEGARI Virginio da PARENZO, di anni 62, possidente, padre di 4 figli..

5-DAPRETTO Giorgio, di anni 51, commerciante, da PARENZO, padre di due figli.-

6-VINCENZO Domenico, di anni 51, da PARENZO, bidello, padre di 4 figli.-

7- GUELI Giovanni, di anni 53, insegnante, padre di 4 figli, da PARENZO..

8-PETRACCHI Torquato, di anni 49, maresciallo comandante CC.RR. di PARENZO, padre di un figlio.-

9 BARBO Antonio, fu Candido, di anni 60, agricoltore, padre di 3 figli - da VILLANOVA di PARENZO.-

10-BARBO Candido, fu Pietro, di anni 41, cantoniere, padre di 1 figlio da VILLANOVA di PARENZO.-

11-PAOLI Giacomo, fu Carlo, di anni 39, fabbro. Da VILLANOVA di PARENZO.-

12-PAOLI Giuseppe, fu Carlo, di anni 44, fabbro, padre di tre figli, fratello del procedente da VILLANOVA di PARENZO...

13-DE STALLIS Vittorio, di anni 64, agricoltore, padre di 5 figli, da VILLANOVA di PARENZO.-

14-BRAICO Mario - da VILLANOVA di PARENZO..

15-APOLLONIO Giorgio, di anni 63, da ORSERA.-

16-POLI Luigi, di anni 28, impiegato, padre di 1 figlio da CAPO-DISTRIA.-

17-COSSETTO Norma, di anni 24, professoressa. Da S. DOMENICA DI VISINADA. Detenuta dai partigiani di TITO nell'ex caserma dei CC.RR. di ANTIGNANA, viene fissata a un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da 17 aguzzini. Viene poi gettata in foiba (notte dal 4 al 5 ottobre '43) con un pezzo di legno confuso nei genitali. L'esecuzione della COSSETTO è motivata dal fatto che, ricercato il padre, fascista, e non trovato, le venne arrestata al suo posto. Più tardi anche il padre viene arrestato e ucciso. (vedi foiba di TREGHELIZZA).-

18-POSAR Antonio, di anni 71, capo operaio in pensione. Da S. DOIMENICA DI VISINADA.-

19-COSSETTO Eugenio, di anni 54, possidente. Fratello del padre di Norma COSSETTO.

20-FERRARIN Antonio, di anni 51, possidente. Da S. DOMENICA DI VISINADA.-












L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio dell'Esercito italiano, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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giovedì 23 aprile 2026

"Radovce (Jugoslavia) 1941: la foiba dei 136 soldati italiani catturati e trucidati dai partigiani"





Il sole del luglio 1941 picchiava implacabile sulle rocce calcaree del Montenegro, ma tra le pieghe dei monti Piperi l’aria si era fatta improvvisamente gelida. Per i 136 militari italiani, il confine tra la guerra e l’abisso si era materializzato in un sentiero stretto, battuto dai passi pesanti dei partigiani che li scortavano.

Tra loro c’erano dieci ufficiali. Camminavano a testa alta, nonostante le divise fossero ormai lacerate e la polvere della Jugoslavia avesse coperto i gradi e l'orgoglio. Non erano più combattenti, ma prigionieri in una terra che li guardava con odio antico.


Il Sentiero del Silenzio

Mentre la colonna risaliva verso l’altopiano di Radovce, le speranze di uno scambio di prigionieri o di un trattamento umano svanivano a ogni colpo ricevuto. Le testimonianze, rimaste per decenni sepolte come i loro corpi, parlano di maltrattamenti che andavano oltre la logica del conflitto: un accanimento feroce, figlio di una rabbia che non faceva distinzioni tra soldati di leva e ufficiali di carriera.


L'Orlo dell'Abisso

Arrivati nei pressi della foiba di Radovce, il mondo si restrinse a un buco nero nel terreno. Lì, in quella spaccatura naturale della terra, si consumò l'ultimo atto:

L'esecuzione: Non ci fu onore, né pietà. I prigionieri vennero barbaramente uccisi, molti ancora in vita mentre venivano spinti nel vuoto.

Il buio: I corpi caddero l’uno sull’altro, scomparendo nel ventre della montagna.

L'oblio: Per lunghi anni, il silenzio dei monti Piperi avrebbe coperto le grida di quegli uomini.

"Il vento tra le rocce di Radovce sembra ancora portare l'eco di quei nomi, 136 storie spezzate che la storia ufficiale, per troppo tempo, ha preferito non ascoltare."


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio dell'Esercito italiano, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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martedì 21 aprile 2026

Quando gli Ausoni e i Lepini si tinsero di rosso. I numeri di un massacro franco-coloniale

 

L’Ombra sui Monti: i 30 giorni di terrore tra Lepini e Ausoni 

Esistono pagine di storia che non si leggono nei libri scolastici, ma che sono incise nelle pietre dei nostri borghi e nel silenzio dei nostri anziani. Tra il 15 maggio e il 15 giugno 1944, mentre l'Italia attendeva il sole della Liberazione, un’oscurità improvvisa avvolse le catene dei Monti Ausoni e dei Monti Lepini.



Quello che accadde in quel mese è passato alla storia con il termine brutale di "Marocchinate": una scia di violenze perpetrate dalle truppe coloniali francesi (compresi i Goumier) ai danni della popolazione civile.

I numeri dell'orrore: una ferita profonda

I dati emersi dalle analisi storiche (A.N.V.M.) e dai conteggi filtrati per l'area Aurunci-Ausoni restituiscono l'immagine di una vera e propria catastrofe umanitaria. Ad oggi, gli eventi ufficialmente classificati sono 16.266, così suddivisi:
  • 🔴 Violenze e stupri: 15.573
  • Omicidi: 59
  • 🟡 Furti e saccheggi: 634
Tuttavia, questi numeri rappresentano solo la punta dell'iceberg. Si tratta esclusivamente delle denunce presentate alle autorità dell'epoca. Gli storici stimano che almeno un terzo delle violenze non sia mai stato denunciato: migliaia di donne e uomini scelsero il silenzio per paura, per lo stigma sociale o per il trauma insormontabile.

Un orrore senza età: il caso di Prossedi

La ferocia delle truppe coloniali non si fermò davanti a nulla, ignorando ogni senso di umanità e colpendo i più vulnerabili. Tra le testimonianze più atroci che emergono dai registri di quei giorni, spicca il dramma avvenuto nel comune di Prossedi, dove la vittima più giovane di violenza aveva solo 3 anni. Un dato che da solo descrive la totale assenza di freni morali di quei reparti e l'inferno vissuto dalle famiglie rifugiate sui monti.

La cronologia del terrore

L'inizio dell'incubo ha una data certa: il 15 maggio 1944. Mentre i soldati tedeschi ripiegavano, i reparti del Corpo di Spedizione Francese (CEF) sfondavano ad Ausonia (FR). Qui si registrano i primi stupri documentati (casi di Luigina e Maria Vittoria) e i primi omicidi, tra cui quelli di Mario Cardillo e Nunzio Cupo.
Dagli Ausoni, la violenza risalì come un incendio verso i Monti Lepini:
  • Il settore degli Ausoni: Comuni come Amaseno, Castro dei Volsci, Vallecorsa, Falvaterra, Pico Pastena, Ceprano, Esperia, Pontecorvo, Giuliano Di Roma, Ceccano, Terracina, Fondi, Lenola, Formia, Minturno, Itri, Campo di Mele  subirono una pressione devastante.
  • Il cuore dei Lepini: L'ondata travolse la provincia di Latina toccando Priverno, Sezze, Roccagorga, Villa Santo Stefano, Sermoneta, Sonnino, Prossedi, Cori, Norma, Roccasecca dei Volsci,  Roccamassima, Bassiano, Maenza, Artena, Segni, Colleferro, Gavignano, Gorga, Montellanico, Supino, Patrica, Morolo                                                      
  • Ma anche i comuni Latina, Cisterna di Latina, Sabaudia, Sperlonga e San Felice Circeo

L’ultimo atto a Sezze

La scia di sangue documentata si chiude idealmente il 15 giugno 1944 a Sezze, con l'omicidio di Eugenio Cerroni. In soli trenta giorni, la fisionomia umana di questo territorio era stata stravolta.

Perché rompere il silenzio?

Scrivere oggi di questi eventi non significa solo fare cronaca, ma restituire dignità alle migliaia di vittime "invisibili". Ricordare le 60.000 vittime — e le migliaia rimasti nell'ombra, inclusi gli abusi sui bambini — è un dovere morale per onorare un popolo che, nonostante l'orrore subìto dai suoi "liberatori", ha trovato la forza di ricostruire il proprio futuro.


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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venerdì 17 aprile 2026

Da Priverno a Levice: la storia di Giovanni Gatti, giustiziato dai patrioti a causa del suo lavoro all'Istituto Luce

Ci sono storie che rimangono incastrate tra le pieghe del tempo, piccole luci che si spengono nel fragore di una guerra che non guardava in faccia a nessuno. Questa è la storia di Giovanni Gatti, un ragazzo di Priverno che aveva un sogno troppo grande per i confini della provincia di Littoria oggi Latina, e di un padre che non si arrese mai all'oblio.




Nel 1944, l’Italia è un corpo ferito, diviso e sanguinante. Giovanni, giovane e pieno di speranze, riesce a trovare un impiego presso l’Istituto Luce. Per un ragazzo di allora, lavorare con le immagini e con la documentazione rappresentava una promessa di futuro, un modo per guardare il mondo attraverso un obiettivo mentre tutto intorno crollava. Ma in quegli anni, anche un impiego civile poteva trasformarsi in una condanna.

Il destino di Giovanni si compie lontano da casa, a centinaia di chilometri dalle sue radici. Viene catturato a Savona con l'accusa di collaborazione, per il solo fatto di prestare servizio in quell'istituto. Il 6 dicembre 1944, a Levice, la sua vita viene spezzata: Giovanni viene fucilato dai patrioti. Aveva solo i suoi sogni e quella dignità che lo ha accompagnato fino all'ultimo istante.

Ma la tragedia non finisce con quel colpo di fucile. Inizia qui il lungo, straziante calvario di un padre. Immaginate la forza necessaria per attraversare un’Italia ancora in guerra, tra macerie e posti di blocco, con il solo obiettivo di riportare a casa quel figlio. Suo padre mosse mari e monti, lottò contro la burocrazia e il dolore, pur di non lasciare le spoglie di Giovanni in terra straniera, tra le colline delle Langhe.

Voleva che Giovanni tornasse a riposare dove aveva mosso i primi passi, nel cuore della sua Priverno. E ci riuscì.

Oggi, chi si ferma davanti alla sua tomba nel cimitero di Priverno può leggere un'iscrizione che racchiude tutto il senso della sua breve ma intensa esistenza: "La fede fu per lui più forte della vita e della morte".



Queste parole non sono solo un omaggio alla sua memoria, ma la testimonianza di una forza interiore che né la violenza della guerra né il passare dei decenni sono riusciti a scalfire. Raccontiamo la storia di Giovanni per ricordare che, dietro i grandi avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, ci sono stati giovani che hanno pagato il prezzo più alto, restando però fedeli a se stessi fino alla fine.


In memoria di Giovanni Gatti (Priverno - Levice, 6 dicembre 1944)


L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.


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giovedì 16 aprile 2026

Algeria. Prigionieri italiani violenza e sofferenza a Cheregas

 

Il trattamento riservato loro è disumano: nessuna igiene, nessuna assistenza sanitaria, ogni minima mancanza diventa motivo di maltrattamento.


Il 17 marzo 1944, il caporale PERRIGONE protesta per l’insufficienza del cibo. È insultato e minacciato; lui e i compagni si ritirano nell’alloggio, astenendosi dal lavoro.

Alle 14:30 arriva il proprietario, accompagnato da un maresciallo e sei militari francesi armati. Per intimidire i prigionieri, il maresciallo simula una fucilazione e li costringe a preparare gli zaini e scendere nel cortile. Durante l’operazione, i soldati rubano tutti i generi di conforto: sigarette, sapone e altri beni.

Nel cortile i prigionieri subiscono sevizie: insulti, bastonate, sputi e marcia in ginocchio con lo zaino sulle spalle.

Il più colpito è PERRIGONE, ancora impossibilitato a lavorare dopo quattro giorni. I soldati CAFISO e BUFFA riportano ferite da baionetta.

⚠️ Una testimonianza terribile della crudeltà subita dai prigionieri italiani.



                 La documentazione è stata raccolta, analizzata e descritta nel presente volume.



mercoledì 15 aprile 2026

Magneti Marelli 1945: Sangue in fabbrica. Il dossier americano sulle esecuzioni dei fascisti.



"Le carte declassificate rintracciate da Emiliano Ciotti documentano il violento 1945 della Magneti Marelli: un dossier che rivela la portata delle esecuzioni politiche compiute dagli antifascisti nei reparti della fabbrica."

SESTO SAN GIOVANNI – Per decenni è rimasta sepolta negli archivi americani, ma ora la verità emerge nitida dalle carte dell'intelligence. Il dossier sulla Fabbrica Italiana Magneti Marelli ricostruisce gli anni più bui dello stabilimento (1943-1947), dipingendo un quadro di feroci contrasti politici, intimidazioni e sangue.



L'Assedio Interno: L'Istigazione al Linciaggio

La strategia di ostruzionismo adottata dalla dirigenza per rallentare la produzione bellica destinata all'occupante accentuò il contrasto ideologico con la componente collaborazionista. Secondo i rapporti americani, alcuni gruppi di operai fascisti all'interno della fabbrica favorirono l'ingresso di milizie esterne del regime. Queste formazioni, una volta infiltrate tra le linee di montaggio, avviarono un'opera di istigazione costante volta a destabilizzare l'assetto aziendale.

L'intento di questi gruppi era sollecitare le maestranze alla mobilitazione contro la proprietà, indicando nei fratelli Quintavalle i principali bersagli della contestazione. Le riserve mosse alla dirigenza avevano una matrice politica: riguardavano il rifiuto della "socializzazione" proposta dal regime e il mantenimento di orientamenti filo-alleati. È tuttavia fondamentale sottolineare che, nonostante la forte contrapposizione e l'asprezza dei toni, in questa fase non fu arrecato alcun danno fisico agli operai dello stabilimento. Ciononostante, la crescente situazione di insicurezza indusse i vertici aziendali ad allontanarsi dalla fabbrica nell'imminenza della Liberazione, dato il rischio concreto di essere inclusi tra i soggetti da sottoporre a fermo o ritorsione.




La Deriva del 1945: Esecuzioni e "Giovani Armati"

Il dossier americano descrive un drastico cambiamento di scenario dopo il 25 aprile 1945. Nonostante la caduta del regime, la violenza cambiò segno: una "minoranza turbolenta", descritta come un manipolo di "giovani armati", prese il controllo dello stabilimento. In questo clima di anarchia si consumarono le azioni più gravi, con l'eliminazione sistematica di figure chiave dell'azienda e del sindacato fascista.

La "Resa dei Conti": L'elenco delle ritorsioni

I documenti americani declassificati forniscono un quadro dettagliato della violenta epurazione consumatasi all'interno o nei pressi della fabbrica. Tra le vittime delle esecuzioni sommarie figurano dirigenti e operai:

  • Ing. Molinari: Direttore dei lavori e fedele collaboratore della proprietà fin dalle origini. Il dossier riporta che "giovani armati" gli hanno sparato, eliminando un tecnico di immenso valore per l'azienda.

  • Mario Goggi (52 anni);

  • Eligio Noro (29 anni);

  • Stefano Sciaccaluga (50 anni), aviatore, medaglia d'argento al valor militare e attore;

  • Furio Grifoni (31 anni), sindacalista;

  • Anita Oprandi (33 anni);

  • Adolfo Casadei (47 anni).

Il rapporto menziona inoltre il ritrovamento di altri cinque corpi non identificati, a testimonianza di una epurazione cruenta avvenuta principalmente intorno alla data del 29 aprile 1945.



Un’Industria in Ginocchio

Mentre il sangue scorreva tra i reparti, la produzione era paralizzata dalla mancanza di materie prime. Il dossier elenca una carenza disperata di materiali critici per il 1945: mancavano 50.000 kg di antimonio, 40.000 kg di lamiera al silicio e la polvere di ferro per i nuclei delle radio.

Questi omicidi politici e le ritorsioni interne rischiarono di distruggere definitivamente il futuro della Marelli. Il rapporto conclude che solo il ritorno all'ordine e la ripresa dei contatti con i partner americani (come RCA e American Bosch) avrebbero potuto salvare l'azienda dalla dissoluzione totale.

martedì 14 aprile 2026

IL GRANDE INGANNO DI ROCCAGORGA (LT). NON FURONO I TEDESCHI A UCCIDERE I FRATELLI ROSSI

 

📜 IL GRANDE INGANNO: 

Quando la Memoria cancella la Storia

Ecco il documento che smentisce la versione ufficiale

Esiste una narrazione che per anni ha dipinto i fatti di Sant’Angelo (16 aprile 1944) come un eccidio di bambini inermi bruciati vivi dai tedeschi. Ma quando si aprono gli archivi e si leggono i verbali originali dell'epoca, emerge un grande inganno storico: la realtà dei fatti è stata manipolata per scopi celebrativi.


documento ritrascritto

Il 16/4/44 due soldati tedeschi della M. S. Angelo (circa 2,5 km. nordovest di Priverno) nel loro viaggio di ritorno al loro accampamento, passarono vicino ad una capanna ed uno di essi si fermò per breve tempo e l’altro lo aspettò camminando più lentamente. Qui venne attaccato da un civile, probabilmente dall’italiano Rossi Alfiero, che senza alcuna ragione colpì il soldato alla testa ferendolo gravemente, tanto che il militare cadde a terra privo di sensi. La sua pistola gli venne rubata.


Un intelligente Comando perquisì tutte le capanne e fienili che sono nella zona, e prese la madre dell’italiano. Uomini non ne vennero trovati.

Alla sera un comando germanico di cacciatori, predispose un nuovo controllo e mentre si avvicinava una pattuglia al posto dove avvenne l’inconsulto atto, un civile saltò nella capanna. Pur essendo stato intimato il fermo, il civile non si diede per vinto e così fu messa a fuoco la capanna, ma anche in tale forma non fu possibile far uscire questo civile. Poco dopo si udì un grido e varie detonazioni.



Alla mattina del 17/4 si cercò nella cenere e vennero trovati i resti dell’uomo bruciato con due colpi esplosi di pallottola di pistola tedesca.

Si suppone che il civile bruciato sia il colpevole, la madre è stata arrestata e consegnata alla polizia da campo.

L’unità chiede che venga portato a conoscenza della popolazione quanto è accaduto, facendo presente che anche per l’avvenire saranno adottate misure sempre più severe per atti di sabotaggio e per violenze contro i soldati tedeschi. "


🔍 Le Incongruenze che smontano il "Martirio"



1. Il giallo dei due corpi al cimitero La lapide celebra "due ragazzi" morti nel rogo della capanna il 16 aprile. Tuttavia, i registri indicano che i corpi di due giovani furono trasportati al cimitero solo a fine maggio 1944. Se fossero morti nel rogo causato dai tedeschi un mese e mezzo prima, perché i corpi sono apparsi solo allora? Questo scarto temporale suggerisce che la loro morte sia avvenuta molto dopo l'episodio della capanna.

2. L'ombra delle truppe marocchine (le "Marocchinate"). A fine maggio 1944, l'area tra Roccagorga, Maenza, Sezze e Priverno non era più sotto il controllo esclusivo tedesco, ma era teatro dell'avanzata degli Alleati. In particolare, in questi comuni si registrarono decine di vittime civili a causa delle violenze sistematiche commesse dai soldati marocchini. È estremamente probabile che almeno uno dei due ragazzi sia stato vittima di queste truppe coloniali, e non dei tedeschi.

3. La vittima della capanna: un'identità diversa? Il documento del 16 aprile 1944 è categorico: dopo il rogo fu trovato UN SOLO corpo, identificato come l'aggressore di un soldato tedesco. Se nella capanna ci fosse stato il fratello o un altro giovane, i tedeschi — che avevano tutto l'interesse a contare i morti per scopi di rappresaglia — lo avrebbero annotato. La "sovrapposizione" dei due fratelli come vittime del rogo sembra un'invenzione successiva per coprire una verità più scomoda: una morte avvenuta per mano degli "alleati" liberatori.

🚫 L'INATTENDIBILITÀ DI RACCONTI  TRAMANDATI   DOPO 70 ANNI

La versione dei "bambini bruciati" si basa esclusivamente su racconti tramandati e raccolti dopo 70 anni, che la logica smentisce categoricamente:

  • NESSUN TESTIMONE PRESENTE: I fatti avvennero di notte, in una zona di campagna isolata. È assurdo pensare che ci fossero testimoni oculari pronti a osservare la scena mentre i "cacciatori" tedeschi setacciavano l'area in cerca di un uomo armato.

  • MEMORIA DISTORTA: Chi riporta oggi quei fatti non era presente. Si tratta di storie deformate dal tempo e dai passaggi di bocca in bocca, prive di valore di fronte a un verbale ufficiale scritto 48 ore dopo i fatti.

                            

LA VERITÀ SULLE "MAROCCHINATE": 

                         

LE RICERCHE DI EMILIANO CIOTTI

L'incongruenza definitiva emerge dai registri cimiteriali, dove i corpi dei due fratelli Russi compaiono solo a FINE MAGGIO 1944, ben 40 giorni dopo l’episodio della capanna.

Il motivo di questo ritardo è emerso grazie alle ricerche condotte nel 2018 dal presidente dell'Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, Emiliano Ciotti. Le testimonianze raccolte a Roccagorga indicano una realtà ben più cruda:

  • Almeno uno dei fratelli sarebbe stato ucciso dai soldati marocchini (goumier) per ritorsione.

  • Pare che i civili avessero ucciso un soldato marocchino mentre questi tentava di violentare una donna del posto. La vendetta dei commilitoni coloniali si abbatté sui ragazzi.

                                                 CONCLUSIONE

La morte dei fratelli Rossi è stata successivamente "spostata" ad aprile e attribuita ai tedeschi per un duplice, cinico scopo: coprire i crimini atroci commessi dai "liberatori" marocchini e costruire un martirio politico che non trova alcun riscontro nelle carte.

La storia si fa con i verbali e le indagini serie, non con i "sentito dire" tramandati per settant'anni per coprire verità scomode.

#Roccagorga #VeritàStorica #FratelliRussi #GrandeInganno #Marocchinate #EmilianoCiotti #NoFakeHistory

I Vigili del Fuoco nel tragico recupero di Norma Cossetto nella foiba di Surani

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