Il 25 maggio 1944 rimane una delle date più nere della storia di Pastena. In località Pietra la Spina, presso l’abitazione della famiglia Zomparelli, si consumò una strage che colpì il cuore della comunità e lasciò una ferita mai rimarginata nella memoria collettiva del paese.
In quelle ore di caos seguite al passaggio del fronte, alcuni soldati dei reparti coloniali nordafricani inquadrati nell’esercito francese si resero responsabili di un atto di violenza estrema e gratuita. Senza provocazione, senza resistenza, senza alcuna ragione militare o necessità bellica, vennero brutalmente assassinati: Chiaro Antonio, Zomparelli Rosa, Chiaro Vincenzo e Colantuono Antonio
Non si trattò di uno scontro armato, né di un’azione di guerra: fu un eccidio di civili inermi, compiuto con una ferocia che travalicò ogni giustificazione possibile. Le vittime furono colpite all’interno o nei pressi della loro abitazione, luogo che avrebbe dovuto rappresentare rifugio e sicurezza, trasformato invece in teatro di morte.
Una violenza gratuita che sconvolse l’intera comunità
La notizia della strage si diffuse immediatamente in tutto il paese, provocando sgomento, paura e indignazione. Pastena era una comunità piccola, dove tutti si conoscevano: le persone uccise erano note per la loro rettitudine, laboriosità e bontà d’animo. Proprio per questo l’omicidio apparve ancora più inspiegabile e crudele.
Quel giorno segnò una frattura profonda tra la popolazione civile e una parte delle forze che, almeno sulla carta, erano giunte come liberatrici. L’assenza di una motivazione, la sproporzione della violenza, l’uccisione deliberata di uomini e donne disarmati trasformarono quell’episodio in un atto di puro terrore, privo di qualsiasi logica militare.
Memoria e responsabilità storica
Ricordare la strage di Pietra la Spina non significa alimentare odio, ma riconoscere la verità dei fatti e restituire dignità alle vittime. La responsabilità di quei crimini ricade su chi li commise, non su interi popoli o nazioni, ma non può essere cancellata né minimizzata in nome della retorica della guerra di liberazione.
A distanza di decenni, il sacrificio di Chiaro Antonio, Zomparelli Rosa, Chiaro Vincenzo e Colantuono Antonio resta un monito: la guerra, quando perde ogni freno morale, può trasformarsi in violenza cieca contro gli innocenti.
Ricordarli oggi significa opporsi all’oblio e riaffermare che nessuna divisa giustifica un omicidio, nessuna vittoria cancella una strage.

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