“Lo hanno fatto anche gli italiani in Africa.”
Una risposta che, troppo spesso, non nasce dal desiderio di approfondire la storia, ma dal tentativo di ridimensionare o relativizzare ciò che subirono migliaia di civili italiani — donne, bambine, uomini, anziani e persino sacerdoti — tra il 1943 e il 1945.
È possibile che, come in ogni guerra e in ogni esercito del mondo, singoli soldati italiani abbiano commesso episodi isolati di violenza nelle colonie africane. Nessuno può escluderlo. Tuttavia, ancora oggi, chi ripete continuamente la frase “lo hanno fatto anche gli italiani” raramente porta documenti, relazioni ufficiali o testimonianze storiche comparabili, per numero e sistematicità, a quanto accadde in Italia durante le marocchinate del 1944/1945.
Il fenomeno del “madamato”
Tra gli episodi più citati da chi risponde con la frase “lo hanno fatto anche gli italiani” vi è il cosiddetto madamato, pratica diffusa soprattutto nelle colonie italiane dell’Africa. Con il termine “madama” venivano indicate giovani donne eritree, etiopi o somale che convivevano temporaneamente con militari, funzionari o coloni italiani. In molti casi queste relazioni nacquero in un contesto di forte squilibrio sociale, economico e coloniale. Alcuni storici parlano di rapporti consensuali, altri evidenziano invece situazioni di sfruttamento, coercizione o dipendenza dovute alla posizione dominante dei colonizzatori.
È importante ricordare che il madamato non fu introdotto dal fascismo, ma esisteva già dalla fine dell’Ottocento, nei primi anni della presenza coloniale italiana in Africa orientale. Successivamente, il regime fascista decise invece di vietarlo ufficialmente: nel 1937 vennero introdotte le leggi razziali coloniali che proibivano le unioni tra italiani e popolazioni africane.
Persino il generale Graziani definì il madamato una pratica “abominevole”, considerandolo incompatibile con la politica fascista dell’epoca.
Va inoltre ricordato che i matrimoni combinati e le unioni con ragazze molto giovani non erano una realtà esclusiva delle colonie africane. Anche in Italia, soprattutto nelle aree più povere e rurali, matrimoni precoci o combinati sono esistiti fino agli anni ’60 e ’70, in un contesto culturale profondamente diverso da quello attuale.
Pratiche simili, legate a tradizioni familiari o religiose soprattutto dai musulmani, continuano ancora oggi a esistere in alcune parti del mondo. Per questo motivo, affrontare certi temi storici richiede equilibrio e contestualizzazione, evitando semplificazioni o generalizzazioni verso interi popoli o religioni.
Il madamato rappresenta certamente una pagina controversa e discussa del colonialismo italiano, che merita studio e approfondimento storico. Tuttavia, anche in questo caso, utilizzare il tema come risposta automatica alle marocchinate significa spesso evitare di affrontare direttamente ciò che avvenne in Italia nel 1944.
Perché si cambia sempre argomento?
La domanda è semplice: perché quando si parla delle vittime italiane bisogna sempre aggiungere un “però”? Perché davanti a testimonianze di stupri di massa, omicidi, torture e devastazioni documentate da sindaci, parroci, carabinieri, medici e commissioni dell’epoca, si sente il bisogno di dire: “Anche gli italiani hanno fatto lo stesso”?
Questa frase, ripetuta continuamente, finisce per diventare una forma di giustificazione indiretta.
Come se ricordare le vittime italiane fosse sbagliato.
Come se condannare quelle atrocità richiedesse necessariamente un confronto politico o ideologico.
In oltre trent’anni di ricerche e testimonianze raccolte, molte persone hanno cercato documenti comparabili, per dimensioni e sistematicità, a quanto avvenne in Ciociaria, nel basso Lazio, in Toscana o all’Isola d’Elba durante l’avanzata delle truppe coloniali francesi. Eppure, quasi sempre, chi pronuncia quella frase non porta documenti, processi, relazioni ufficiali o fonti precise: resta uno slogan ripetuto automaticamente. La memoria storica dovrebbe avere un unico dovere: riconoscere il dolore delle vittime, senza usarlo come arma politica. Ricordare le marocchinate non significa negare le sofferenze di altri popoli. Significa semplicemente chiedere rispetto per migliaia di italiani dimenticati per decenni nel silenzio, nella vergogna e nell’indifferenza. Una vittima non smette di essere vittima perché, in un altro luogo e in un altro tempo, qualcun altro ha commesso altri crimini. La storia non si difende relativizzando gli orrori. Si difende chiamandoli con il loro nome.
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