Il tramonto su Corato tingeva di rosso le case di pietra quando la vita di Francesco Caruso e della sua figliastra, Maria Vangi, cambiò per sempre. Era il 7 settembre 1944. Francesco, un contadino dalla pelle bruciata dal sole, stava tornando a casa dopo una lunga giornata nei campi. Maria, una bambina di soli nove anni dagli occhi grandi e curiosi, gli correva incontro, ridendo, ignara del pericolo che si nascondeva dietro l'angolo.
Francesco, preso dal panico, cercò di proteggere Maria, stringendola a sé. Ma i militari furono più veloci. Con un gesto brusco, uno di loro afferrò Francesco per il braccio, mentre gli altri tre circondarono Maria. I due, spaventati e confusi, cercarono di opporre resistenza, ma la forza dei militari fu schiacciante. Francesco e Maria furono costretti a salire sul camion, le loro grida di aiuto soffocate dal rombo del motore.
Il camion si allontanò velocemente da Corato, lasciandosi alle spalle una scia di polvere e disperazione. Francesco, con il cuore in gola, cercò di tranquillizzare Maria, che piangeva ininterrottamente. Ma la sua voce era tremolante, e le sue parole, piene di incertezza, non riuscirono a calmare la bambina.
Una volta fuori dal centro abitato, il camion si fermò di nuovo. Un militare scese dal mezzo e, con un gesto secco, scaraventò Francesco fuori dal camion. Francesco, caduto a terra, si rialzò a fatica, guardando impotente il camion allontanarsi. Il militare risalì a bordo e il mezzo, con Maria a bordo, si diresse verso Ruvo di Puglia.
Francesco, disperato e sconvolto, rimase solo nel mezzo della strada, con il cuore spezzato e la mente piena di domande senza risposta. Maria, la sua figliastra di nove anni, era stata portata via dai militari, lasciandolo con un vuoto incolmabile e una domanda che lo avrebbe perseguitato per il resto della sua vita: perché?
Le ricerche iniziarono immediatamente, con il cuore di Francesco e dell'intera comunità di Corato sospeso tra la speranza e il terrore. Ogni sentiero verso Ruvo di Puglia fu battuto, ogni casolare ispezionato, ma il silenzio delle campagne sembrava voler custodire un segreto troppo atroce.
L'attesa straziante terminò solo venti giorni dopo, il 27 novembre 1944. In via Vecchia Bisceglie, nell'agro di Corato, l'attenzione dei soccorritori fu attirata da un vecchio pozzo in pietra, seminascosto dalla vegetazione. Lì, nell'oscurità profonda di quella cavità, fu rinvenuto il corpo senza vita della piccola Maria Vangi. La bambina era annegata, ma il cupo resoconto delle autorità non si fermava alla causa del decesso: i segni sul piccolo corpo suggerivano l'orrore finale, indicando che la piccola Maria avesse subito violenze prima di essere gettata in quel pozzo come un oggetto di cui disfarsi.
Accanto al bordo del pozzo, forse caduto durante quegli ultimi istanti di terrore, rimase solo un piccolo orsacchiotto, muto testimone di una tragedia che avrebbe macchiato per sempre la memoria di quei giorni di guerra. La comunicazione ufficiale del Comando Generale dei Carabinieri Reali mise il sigillo burocratico su una ferita che, per la famiglia Caruso e per la città di Corato, non si sarebbe mai rimarginata.
L’episodio è documentato da atti rinvenuti presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma, mentre una copia della documentazione è conservata nell’archivio dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate.
👉 Sito Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate e delle truppe Alleate 👈
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